Vita, morte e miracoli dello Sceriffo di Palermo. 

 

Erano gli anni del sacco di Palermo, dello stupro edilizio con le licenze firmate in una notte e delle Giuliette imbottite di tritolo dagli astri nascenti della nuova mafia corleonese. Nei vicoli del suk del capoluogo siciliano, ancora non restaurati dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e inaccessibili alle ostili forze dell’ordine, le donne lavavano a secchiate il sangue dai marciapiedi. Nei tuguri infernali di questa città dannata e insanguinata, si muoveva disinvolto un uomo con enormi baffoni neri spioventi e abiti di lino bianco, la sigaretta perennemente incollata all’angolo della bocca ed il revolver saldo nella fondina.

 

Era Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo.

 

Boris Giuliano

Boris Giuliano, lo Sbirro Americano

 

Lo Sbirro Americano, lo Sceriffo – soprannomi affibbiatigli dai sui colleghi – era entrato tardi in Polizia.  Si era fatto le ossa come lavapiatti nel quartiere londinese di Soho, come venditore di cravatte a Milano e come manager d’industria in Lombardia. Entrato in Polizia nel 1963, aveva chiesto ed ottenuto di essere assegnato alla Sezione Omicidi di Palermo. La promozione a Capo della Squadra Mobile fu rapida.  

 

Apparteneva all’epoca dei confidenti, quando gli sbirri scendevano nei bassifondi della città e tra un sorriso e un bourbon offerto alle gole profonde, riuscivano ad ottenere preziose informazioni. Tanto indulgente con i derelitti e i delinquentelli diventati tali per necessità più che per volontà, quanto diffidente dei colletti bianchi, dei banchieri e dei don. Bravo con la pistola quanto con la penna, poco avvezzo alle carte e con un’ottima conoscenza dell’inglese.  Giuliano venne scelto – l’unico poliziotto italiano- per un addestramento speciale a Quantico, in Virginia, con gli uomini della Dea e dell’ Fbi.

 

Erano gli anni 70, nei Palazzi Romani era diffusa l’idea che la mafia fosse un fenomeno folkloristico, causato da rissose bande locali. La stessa opinione pubblica ignorava totalmente la reale gravità della situazione. Non erano ancora i tempi dei maxi processi e dei super pool dei magistrati. L’unico pentito fin lì consegnatisi, tale Vitale, fu dichiarato pazzo, e relegato in manicomio. Nessuno ci credeva.

 

Giuliano fu tra i primi a capire che Palermo era stata eletta come nuova capitale del traffico di eroina. 

 

Tranne Giuliano. Intuì rapidamente la parabola discendente – dopo la cattura di Joseph Cesari – dei chimici marsigliesi e la conseguente elezione di Palermo a nuova capitale del traffico internazionale di eroina. I sacchi di oppio che arrivavano in città dal Triangolo d’oro Laos, Birmania, Thailandia venivano raffinati a Palermo e poi rispediti da Punta Raisi a New York, per imbiancare la Grande Mela. Quando all’aeroporto vennero ritrovate due valige imbottite da 500000 dollari, lo Sceriffo comprese immediatamente che si trattava del compenso inviato dai cugini americani: il teorema Giuliano si rivelò esatto quando, grazie alle sue intuizioni e dopo soli tre giorni, al JFK di New York venne sequestrata eroina per il valore di dieci miliardi.

 

Boris-Giuliano

Boris Giuliano, in una delle sue pose plastiche

 

Era inarrestabile Giuliano. Paura di niente e di nessuno; sparate voi, spariamo noi.

Mentre l’incessante ticchettio delle macchine da scrivere scandiva le ore e le nuvole di fumo impregnavano le pareti dei suoi uffici, Boris esaminava planimetrie e rilievi aerofotografici, e non appena aveva il fondato sospetto dell’esistenza di una raffineria, richiamava gli elicotteri – preposti  all’avvistamento  dei barconi –  per dirottarli verso queste farmacie criminali.

Questa incessante caccia all’eroina l’aveva condotto sul lungomare di Romagnolo, in una casupola apparentemente abbandonata. Boris ed i suoi uomini avevano colpito l’ennesima volta. Sfondata la porta trovarono un arsenale militare: fucili a canne mozze AK-47, magnum calibro 357 e quintali di munizioni. Tutto condito dai gioielli: otto chili di eroina purissima, per un valore di tre miliardi.

 

Ma Giuliano non si limitava all’eroina. Né tantomeno alla caccia spietata dei latitanti. Gli furono affidati i più grandi casi polizieschi e giudiziari dell’epoca: il rapimento e l’uccisione del giornalista de L’Ora, Mauro De Mauro, l’assassinio del capitano dei carabinieri Ninni Russo, l’uccisione di Mario Francese e del segretario della DC palermitana Michele Reina. Lo Sceriffo cercò anche di intercettare i flussi bancari ed il groviglio di assegni e movimenti di capitale ignorati dalla Banca d’Italia: Trapani, la più povera provincia italiana, vantava depositi per 1.500 miliardi di lire.  Comprese la collusione tra alta finanza e criminalità organizzata quando nelle tasche del cadavere del capomafia Di Cristina ritrovò assegni collegati a Michele Sindona, il banchiere criminale in attività tra Italia e Stati Uniti.

 

Parlò anche con Ambrosoli, il liquidatore della banca di Sindona, ma questi venne ammazzato pochi giorno dopo il loro incontro (Ndr. Sindona morì sette anni dopo, stroncato da un mix di caffè e cianuro di potassio, il famoso caffe di Sindona).

 

Boris-Giuliano

“Lo Sceriffo” e una sua piccola fan

 

Questo purosangue dai baffoni da tartaro intrisi di nicotina, con l’occhio fine da segugio e la mano da pistolero, andava fermato. Le ripetute minacce di condanna a morte sul 113,  “Giuliano morirà”, lo convinsero a far rifugiare moglie e pargoli in un paesino alle falde dell’Etna, ma non a lasciare Palermo, per perseverare nella sua indomita e personalissima caccia al mafioso.

 

Un’assolata mattina di fine luglio, tuttavia, la sua corsa s’interruppe.

 

Boris, in rigoroso abito di lino bianco ed occhiali scuri per proteggersi dall’assatanato sole di Palermo, uscì dal portone di casa e si avviò per il caffè mattutino al vicino Bar Lux. Non fece in tempo a bere il suo caffè. Gli spararono alle spalle sette proiettili 7.65 con una Beretta semi-automatica, ad una distanza ravvicinata di trenta centimentri.

 

Consapevole della sua dimestichezza con il revolver, il killer gli sparò a bruciapelo, alle spalle. Senza dargli la possibilità di reagire.

 

Anni dopo si seppe che quel killer solitario era Leoluca “Luchino” Bagarella, cognato del Capo dei Capi Totò Riina, e  proprietario dell’arsenale militare e dell’eroina ritrovata a Romagnolo. La mafia, per eliminare lo Sceriffo, non poteva sbagliare. Utilizzò il suo killer più esperto e feroce, che agì in maniera vile e lo colpì alle spalle, evitando lo scontro ad armi pari con lo sbirro dalla mano lesta.

 

Cittadini qualunque. Biondissimi agenti dell’Fbi. Pezzi grossi dello stato con gli occhi bassi per la vergogna. Gli abitanti di via dei Biscottari, del quartiere popolare di Ballarò. Tutti lì, stretti sotto il sole cocente, in un’innaturale e promiscua intimità, ad omaggiare lo Sbirro Americano.

 

Il cardinale di Palermo, che pronunciò l’omelia, citò il versetto 7.23 di quello che diventerà per le masse il più celebre profeta, il profeta dei killer di Tarantino, Ezechiele.

 

<<Troppi mandanti, troppi vili esecutori circolano per le nostre strade. Il paese è pieno di assassini>>

 

Un finale Pulp, con anni d’anticipo. Un finale che ti sorprende, come nelle migliori sceneggiature; protagonista l’incarnazione dell’idea romantica del poliziotto, tanto rude nei modi quanto umano con i deboli. Impegnato nella giungla metropolitana a sconfiggere le ingiustizie e dar la caccia ai cattivi. Con la sigaretta in bocca ed il revolver nella mano.

 

 L’immagine di Boris Giuliano, offerta alla cultura di massa.