Sono adulti fra i 40 ed i 60 anni con scarsa dimestichezza nell’utilizzo dei social e della lingua italiana. Sono la setta del “Buongiornissimo” di Facebook, e chiunque ne ha almeno uno fra i propri amici virtuali.

Per alcuni è un morbo peggiore della Peste nera che falcidiò l’Europa a metà del XIV secolo. Per altri è soltanto un immenso contenitore di spunti da cui trarre parodie e prese in giro. In realtà, che piaccia o meno, il cosiddetto fenomeno del Buongiornissimo! Kaffé? è ormai entrato a far parte delle dinamiche che caratterizzano il linguaggio usato sui social. Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall’estetica di questi migliaia di utenti, pronti a postare quotidianamente su Facebook copia-incolla di bufale, santini di Padre Pio, foto glitterate con font pacchiani ed immagini in bassa risoluzione piene zeppe di cuori, cani stilizzati, gatti e sticker sorridenti.

 

Chi sono, dunque, queste persone? Seguendo le pagine ironiche sull’argomento – come «La piaga dei cinquantenni sul web» o «Il proliferare di immagini di merda sulle bacheca dei quarantenni» – una prima risposta è lapalissiana: adulti fra i 40 ed i 60 anni (benché tale moda sia comunque più trasversale di quanto si pensi), con scarsa dimestichezza nell’utilizzo dei social e, più in generale, della lingua italiana. Basta fare mente locale e già è possibile visualizzarne parzialmente il profilo. Dopotutto chiunque ha fra i propri amici virtuali una vecchia zia, o un collega, o un conoscente che ogni giorno propina al mondo la sua dose di tramonti photoshoppati e filosofia tanto al chilo.

 

Difficile stabilirne, però, un esatto target sociale, che è variegato ed ampio. C’è l’esponente medio della working class, la donna di mezza età con bassa scolarizzazione, il maschio alpha, il prototipo di elettore che vede di buon occhio Trump ed il risultato del referendum Brexit, ma anche l’imprenditore, la libera professionista, l’esercente, il laureato all’«Università della vita». Un melting pot identitario che ha, tuttavia, un denominatore comune basato su una forma più o meno latente di analfabetismo funzionale. Per meglio comprendere, ecco alcuni esempi di post tipici selezionati da pagine come «Non mollare mai», «Le ali del sorriso», «Dolce follia» e simili.

 

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Un esempio del tanto odiato “Buongiornissimo Kaffèèèè?”

 

Il buongiorno

La pietra angolare di questa dottrina social è, naturalmente, il buongiorno, con le sue relative variazioni (buonasera, buonanotte, ecc). Un vero e proprio mantra urlato a squarciagola ogni mattina, che si accompagna ad animali – cani e gatti über alles – o a personaggi come Tom & Jerry, Topo Gigio, Betty Boop, Corto Maltese.

 

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La pietra angolare del “Buongiornissimo”: gli animali

 

Insomma, più che altro rassicuranti simboli del passato, con rarissime eccezioni, fra cui gli onnipresenti Minions in una sorta di escursione esotica nel presente. Degne di nota, nei «buongiorno», le call to action tendenti al pietismo. Cani abbandonati che nessuno vuol salutare, neonati col broncio: non esiste mezzo troppo melenso per raggiungere il fine dell’interazione. Leggi like e commenti.

 

Il Kaffè

Per chiunque, approcciarsi ai social, è stato traumatico. Certo, non al livello di un aborigeno alle prese con la tecnologia dei colonizzatori europei, ma quasi. Proprio per questo in molti, soprattutto le vecchie generazioni, hanno tentato di riportare dentro a Facebook situazioni familiari che erano abituati a gestire nella vita quotidiana. Ad esempio il caffè.

 

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Il caffè su Facebook diventa kaffè, in una tragica ricerca di giovanilismo

 

Non solo una bevanda, ma bensì la sintesi della socialità, del relax, dell’incontro. Il caffè virtuale – che su Facebook diventa «kaffè» in una tragica ricerca di giovanilismo – è quindi il richiamo perfetto per commentare una foto, per tentare un approccio romantico in chat, per giustificare senza colpa alcuna i minuti di nullafacenza passati davanti allo schermo. Un rituale da bar, proiettato compulsivamente sui social network.

Le persone false

Forse l’aspetto più controverso e preso di mira dall’ironia del web riguarda l’ossessione di certi utenti per le persone false, o «perzone falze» in quella che diventa la più classica delle traslitterazioni sarcastiche. Il motivo? Probabilmente deriva dal retaggio televisivo di questi ultimi quindici anni, delineato da reality e format pomeridiani sempre più sguaiati. In questi contesti – fra tronisti, concorrenti del Grande Fratello e via dicendo – il grido dei protagonisti, volto ad autoincensarsi, è sempre stato il medesimo: «Io sono me stesso. Io non sono una persona falsa».

 

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La setta del buongiornismo è ossessionata dalle persone false

 

Verità? C’è quantomeno da dubitarne. Insomma, chiunque può intuire come in un programma televisivo la spontaneità venga irrimediabilmente a mancare ma, nonostante ciò, piano piano, questo slogan è stato comunque interiorizzato dalle masse adoranti del trash, che ne hanno fatto il valore basilare – almeno all’apparenza – delle proprie esistenze. E quindi…

 

L’indignazione

Qui purtroppo si esce dall’aspetto comico della vicenda, per entrare nelle torbide acque del grottesco, del qualunquismo, del populismo. L’indignazione è il sentimento prevalente in questo target di utenti. Perfino se – per indignarsi, appunto – è necessario ricorrere a bufale, notizie inventate, speculazioni. Non importa. La cosa fondamentale è l’opportunità di potersi mostrare al mondo sensibili, integerrimi, sgomenti rispetto agli eventi del quotidiano.

 

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“Buongiornissimo, sono indignato”

 

Ovvio, però, che un atteggiamento così ostentato e kitsch finisce per risultare nel migliore dei casi ridicolo. Ecco dunque che ogni occasione diventa buona per racimolare like e condivisioni con post ai limiti del subumano. «Scrivi amen e condividi se sei indignato». «Scrivi forza e condividi se vuoi salvare gli ammalati». Gli obiettivi più bersagliati dalla gogna mediatica? Palese: politici ed immigrati.

 

I totem

Altro segmento di analisi che finisce inevitabilmente nel tragicomico riguarda i leitmotiv delle bacheche di questi utenti, o meglio i capisaldi ricorrenti nelle loro «linee editoriali». In primo luogo non può mancare l’onnipresente «pulizia contatti», ovvero l’eliminazione dalle amicizie Facebook: una sorta di anatema che volteggia sopra la testa degli account che non apprezzano sufficientemente i post proposti.

 

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L’onnipresente pulizia contatti

 

Altro totem social della setta del buongiornismo è poi l’animalismo sfrenato, portato all’eccesso dell’antropomorfizzazione disneyana. Condivisione psicotica di cani, gattini, cuccioli di foche: nessuna particolare selezioni per le specie, a patto che siano esteticamente in grado di suscitare basici sentimentalismi. Non mancano, proprio in questo senso, immagini di animali senza zampe, con il famoso claim: «Il 97% di voi non ci condividerà sulla propria bacheca perché siamo diversi». Ultime, ma non meno importanti, l’immotivato senso di persecuzione («verso chi ci pugnala alle spalle») e le citazioni, completamente a caso e spesso fasulle, di Jim Morrison, Oscar Wilde e Charles Bukowski.   

 

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