È ironico e triste che un iconoclasta come Andrea Pazienza sia diventato negli anni un’icona.

Il 16 giugno del 1988 compivo dieci anni e poco lontano da casa mia, a Montepulciano, Andrea Pazienza moriva per un’overdose di eroina. Voi direte: che c’entra? Avete ragione. Oggi chiunque abbia solo incrociato Pazienza, persino i suoi detrattori, se ne è appropriato post mortem come si fa con i miti e le leggende. La vita di questo artista meraviglioso non appartiene più a lui, bensì a tutti coloro che si sono sentiti toccati dalla sua vicenda e dalle sue storie e hanno voluto, in maniera più o meno legittima, raccontarlo. Andrea Pazienza si è trasformato da iconoclasta in icona, “praticamente una rockstar” come avrebbe detto lui con tono ironico.

 

Anni dopo quella data terribile per l’arte e il fumetto avevo collezionato ogni più piccola cosa avesse disegnato o raccontato, in barba alla sua volontà di artista, al suo diritto di scegliere cosa consegnare al pubblico e cosa no, da avido topo di biblioteca appassionato di fumetti quale sono. Racconterò la sua storia partendo dalle prime tavole che lessi fino a quando, alla fine, trovai un disegno da lui realizzato per il proprio matrimonio e capii, in quell’istante, che mi stavo appropriando di qualcosa di privato, qualcosa che non avevo il diritto di toccare: una parte della sua vita gli era stata presa, forse da un conoscente, e rivenduta. Realizzai che eravamo andati troppo oltre, che dal mito dell’arte a quello della persona il passo era stato breve, troppo breve, perché un iconoclasta come Pazienza potesse apprezzarlo.

 

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Dal mito dell’arte a quello della persona il passo era stato breve

 

La scoperta: Le straordinarie avventure di Pentothal

Negli anni ’90 ero alla ricerca di un nuovo approccio al mondo del fumetto. Avevo divorato praticamente tutto quello che era uscito per l’editoria nazionalpopolare nostrana: Bonelli, Bonvi, Silver, persino i primi Topolino raccolti in volume da Nerbini. Eppure mi mancava un contraltare italiano alle grandi narrazioni estere di Moebius, Crumb e Alan Moore. Ero un adolescente che si avviava alla maturità quando, grazie ad amici del Liceo Artistico, incontrai Pentothal.

 

La storia trasognata e immaginifica di uno studente e artista fuori sede nella Bologna del ’77 si dispiegarono, cariche di vita e stranamente familiari, davanti ai miei occhi come una rivelazione. Le straordinarie avventure di Pentothal era uscito su Alter Alter un anno prima che nascessi, in un’Italia che stava perdendo la propria capacità di sognare e che sprofondava inesorabilmente negli Anni di Piombo. La storia è il quadro perfetto della Bologna caotica, infarcita di politica ed esplorazione sessuale di quel periodo, che alla linea morbida accompagna una prosa e una trama imprevedibili.

 

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La prima tavola di Pentothal

 

Dalle ronde fasciste (sì, non sono un’esclusiva dei nostri giorni) ai viaggi in motocicletta il racconto mostra un artista già pronto alle grandi narrazioni ma che ancora cerca rifugio in elementi familiari, talvolta stravolgendoli con un istrionismo espressivo raro e piacevole. In Pentothal vedevo l’influenza di Moebius, che aveva creato il mitologico Arzach e, con Jodorowsky, l’Incal, ma anche l’inizio di una narrazione personale che avrebbe reso Pazienza, negli anni successivi, così universalmente noto.

 

Lo spirito del ’77 e l’ombra degli anni 80: Cannibale e Frigidaire

Nella mia vita da appassionato di fumetti niente è stato appagante come rintracciare tutte le edizioni di Cannibale. Questa rivista sperimentale, dal nome ispirato al dadaismo, uscita tra il ’77 e il ’79, fu il più importante coagulo artistico della bande dessinée italiana, un’arma di satira sociale e politica pronta a colpire a fondo, tanto che Oreste Del Buono la presentò attraverso Linus come una delle più importanti novità del fumetto italiano.

 

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Cannibale è stata una delle più importanti novità del fumetto italiano

 

Fu sulle pagine di Cannibale che Pazienza, Tamburini, Liberatore e Scòzzari si ‘incontrarono’, dando vita a personaggi e storie che sarebbero poi stati sviluppati nella più famosa e longeva Frigidaire.La rivista infatti perì abbastanza rapidamente e gli artisti si spostarono sulla nuova creatura di Sparagna, Tamburini e Scòzzari, una pubblicazione che oltrepassava con un balzo tutto ciò che era stato fatto fino ad allora, raccogliendo fumetto, arte e giornalismo d’assalto in un unico formato. Abbandonare le ideologie dei ‘70 e lanciarsi in modo creativo nel nuovo decennio era l’obiettivo dichiarato di Frigidaire che, quando fu presentata a Lucca Comics, produsse un vero e proprio shock. La sua storia è stata raccontata bene dallo stesso Sparagna nel libro Frigidaire. L’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo.

 

 

Ma se a darle vita era stato il desiderio di innovare, fu Pazienza, sulle sue pagine, a percepire prima di tutti la reale natura del nuovo decennio. Zanardi è forse uno dei monumenti più riusciti degli anni ‘80, una loro sintesi perfetta e un personaggio granitico nella propria vacuità. Le storie del ragazzo dal naso adunco e dei suoi compari Colasanti, sveglio, belloccio e, all’evenienza, gigolò, e Petrilli, fedele e sottomesso, sono quadri di un vuoto esistenziale dalla perfezione matematica nel linguaggio e nello stile. Un vuoto che fa spazio alla malvagità più pura, non perché perseguita, ma perché naturale risultato di un’assenza interiore. Zanna e i suoi spingeranno con l’inganno un ragazzo al suicidio, manipoleranno un secchione che finirà per uccidere la sua insegnante, assassineranno e bruceranno un loro nemico.

 

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Zanardi è uno dei monumenti più riusciti degli anni ‘80

 

In Verde Matematico l’equazione narrativa è così perfetta da giungere a una conclusione parallela: Zanardi, dopo aver sfruttato i problemi di una ragazza per derubare la farmacia del padre, dice:

 

«Se il destino seguisse una sua logica conseguenziale in questo momento dovrebbero bussare alla porta, entrare due carabinieri e portarmi via».

 

Non succede niente, ma l’insegnante ripete:

 

«Esistono delle regole, è assurdo pensare di ritrovarsi un giorno colti se non si è mai letto un libro, o rispettati se ci si è sempre comportati ingiustamente. Così come dal giallo con l’azzurro nascerà sempre il verde e non il marròn. È…matematico. O no?».

 

Ecco, in questa conclusione, in questa doppia affermazione e domanda finale si compie il poderoso quadro di Pazienza, un affresco perfettamente cesellato dove la matematica consequenzialità degli eventi fa da cornice a un paradosso più reale del reale. Il riassunto, magari inconsapevole e sicuramente predittivo, dell’Italia negli anni ’80, non della sua politica, non della sua storia, ma del suo tessuto umano, che in Zanardi è vivo, vibrante e spesso deplorevole.

 

Una parentesi con Pert e Paz

Pochissime coppie dei fumetti sono state così interessanti come lo scorbutico Pertini e il suo compare pasticcione Paz. Scombinando e rinnovando uno schema narrativo inflazionatissimo, quello del duo comico che troviamo praticamente ovunque nella narrativa delle strip (le strisce a fumetti), Pazienza racconta il ‘suo’ Pertini, consegnando alla storia culturale italiana una serie di esilaranti e agrodolci avventure ambientate durante la Resistenza, nelle quali l’imbranato Paz le combina di tutti i colori facendo infuriare il burbero ma simpatico Pert, comandante e compagno di scorribande.

 

Un Prep dall’irresistibile dolcezza pur nelle sue asperità simile a un Re Soldino invecchiato ma coriaceo. Le storie compaiono su Il Male, rivista satirica fondata da Pino Zac nel 1977 e poi diretta da Vincino, una pietra miliare dell’editoria italiana, Frigidaire e Frizzer, e saranno apprezzate anche dal vero Pertini.

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La copertina apprezzata dal vero Pertini

 

Pompeo, la rinascita come canto del cigno

Alcuni artisti raccontano se stessi con una tale, feroce sincerità che arrivano a predire la propria fine. Pompeo, se visto a posteriori, fu il canto del cigno di Pazienza, la sua ultima grande opera e la brutale narrazione della sua sofferenza. Eppure, nella realtà dei fatti, quel racconto fu soprattutto uno straordinario percorso di rinascita per Andrea. Col suo tratto sporco e ‘tirato via’ Gli ultimi giorni di Pompeo produce fin dal titolo un effetto straniamento (ostranie) che Pazienza aveva imparato dal formalismo russo conosciuto al DAMS, come spiegava Daniele Barbieri su Fumettologica qualche anno fa.

 

Tragicamente ironica, la storia di Pompeo stravolge la tipica narrazione della tossicodipendenza rivelando le carte nascoste del ‘gioco del male di vivere’, la prosa inquieta attira in un vortice drammatico dal quale si sfocia parodisticamente in quel ‘l’Ordine della Pizza Bianca’ che ci fa sorridere mentre percepiamo il vuoto inestinguibile della vita nel sorriso innocente di un più giovane Pompeo.

 

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Più che di un cigno, Pompeo è il canto di una fenice

 

Molti vedono nell’opera, in gran parte autobiografica e conclusa con un suicidio, il testamento artistico dell’autore, e la tentazione è forte anche per chi scrive. Ma questa sua dimensione è accidentale, perché in realtà quel racconto, se messo nella prospettiva di Andrea, fu lo strumento del suo distacco dalla droga e da Bologna, un percorso di rinascita, in parte voluto dalla madre e dal critico Vincenzo Mollica, che traspare dall’incontenibile potenza creativa trasferita nei fogli di quaderno su cui fu composto.

 

Con Pompeo Pazienza dà il suo addio alla caotica città in cui era artisticamente cresciuto per ritirarsi a Montepulciano, dove incontrerà la fumettista Marina Comandini, che poi avrebbe sposato. La fine raccontata da Paz è quella del suo alter ego bolognese, dalle cui scorie l’autore si sta liberando: più che di un cigno, Pompeo è il canto di una fenice. Ma un canto interrotto, perché l’anno seguente alla sua pubblicazione in volume, Andrea Pazienza morirà.

 

Trent’anni di Pazienza

«Morto un genio non se ne fa un altro» così titolava Frigidaire quell’estate del 1988, ma di sicuro se ne può fare un’icona. L’Italia celebra sempre i suoi morti più dei vivi, come ha ricordato Vincenzo Sparagna a Coccia, e questo è evidente nella trasformazione di Andrea da ribelle a simbolo. La narrazione su Pazienza oggi ha il sapore agrodolce della distanza, della innocua memoria, del pop edulcorato dalla trasgressiva energia del rock. Molti autori negli anni hanno raccontato la sua vita: dal suo amico d’infanzia Enrico Fraccacreta, ne Il giovane Pazienza, a Renato De Maria, suo compagno della Traumfabrik, regista di un film che seppure benintenzionato non rende l’esplosiva energia dei racconti di Paz.

 

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La copertina di Frigidaire dove si annuncia la morte di Pazienza

 

Se possiamo gioire di tanta narrativa e delle numerose esposizioni con pezzi rari e inediti, dispiace alcune volte vedere in vendita disegni che l’artista non ha mai voluto pubblicare o ha creato per amici, in un continuo raschiare il fondo del barile alla ricerca di nuovi cimeli per il merchandising. Certo la riscoperta di questo autore straordinario è stata una vittoria per lui e un tesoro per tutti noi, ma dal sapore amaro che inquieta e ricorda in parte quella sensazione che prova chi vede in vendita una maglietta con la faccia di Che Guevara e realizza, come un tempo successe a me, che dietro l’icona si nasconde una vita vera e che più cresce l’una svanisce l’altra.

 

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