Come potrà mai esistere un Cinema senza Wes Anderson?

Siamo nell’immaginaria Zubrowka, nella mente di Wes Anderson, in quel mondo fantastico a cui ormai ci ha abituato. C’è un concierge che è allo stesso tempo il direttore del Budapest Hotel, è Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), uomo di spirito che gode delle attenzioni di anziane signore.
Una di queste, Madame D. (Tilda Swinton), gli lascia un preziosissimo quadro, ma dopo la sua morte, il figlio Dimitri (Adrien Brody) accusa M. Gustave di averla assassinata. Nel frattempo instaura una grande amicizia con il giovane portiere Zero (Tony Revolori), appena assunto al Budapest Hotel ed immigrato a Zubrowka.
Gustave finisce dietro le sbarre, ma la sua buona dialettica – che lo farà integrare perfettamente in prigione – e il fido Zero lo faranno evadere in una corsa all’ultimo respiro.

La storia è narrata dal vecchio Zero (F. Murray Abraham), che a fine degli anni Sessanta ci racconta con estrema commozione quegli anni Trenta bagnati dai totalitarismi in cui conobbe Monsieur Gustave, in cui conobbe il suo grande amore Agatha (Saoirse Ronan), e in cui iniziò ad amare con passione il Grand Budapest Hotel, così tanto da non riuscire più a separarsene.
Wes Anderson ci aveva già ammaliato, divertito e strabiliato più volte, ma con questo film e con il precedente Moonrise Kingdom ci rendiamo conto che il regista è diventato una gemma rara, da custodire e conservare dentro lo scrigno dei nostri cuori.

 

Wes Anderson - Grand Budapest Hotel_1

 

 

 

Oltre ai due piani temporali del vecchio Zero e dello Zero che fu, Wes Anderson non si accontenta e nel suo perfetto mondo di scatole cinesi infila altri due piani, quello di un giovane scrittore (Tom Wilkinson) che racconta la storia di Zero e l’ultimo, quello del regista, che ci racconta il libro – sotto forma di film – in cui lo scrittore racconta questa bella storia.
Tutto all’interno del film è perfettamente geometrico, dalla composizione delle inquadrature allo sciogliersi della storia, Wes Anderson dirige i suoi interpreti in maniera impeccabile, facendoci divertire in un susseguirsi di dialoghi ad alta densità di genio – degni del miglior Billy Wilder – ma facendoci anche riflettere sulla Storia, ma sopratutto sul Cinema.

 

 

Durante la visione del film ci sembra di essere all’interno di una carrozza di un treno infinito che ci porta indietro fino agli albori del cinema, fino a quel 28 dicembre 1895 in cui i fratelli Lumière illuminavano di luce il futuro della settimana arte, passando da Ernst Lubitsch a Billy Wilder e reinventando i trucchi di Georges Méliès. Alla fine del film, scesi da questo treno nostalgico, ci domandiamo: “Come potrà mai esistere un Cinema senza Wes Anderson?”. Capolavoro!