Pedro Almodóvar è stato in grado di rendere la donna il fulcro centrale delle sue storie e del suo stile.

Nella storia del cinema, molti sono stati i registi che hanno cercato di scrutare il mondo femminile con occhio attento e meticoloso, ma pochi sono riusciti a rappresentarlo nella sua piena autenticità di contenuti e di stile.

Tra questi, Pedro Almodóvar è stato in grado di rendere la donna il fulcro centrale delle sue storie e del suo stile. Impossibile non riconoscersi in alcuni dei suoi personaggi più celebri, donne cariche di personalissime caratteristiche, ognuna diversa dall’altra, ma assolutamente libere nell’esprimere se stesse.

 

“Perché una è più autentica, quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”, diceva Agrado nella suggestiva pellicola “Tutto su mia madre”(1999). Un’espressione che è diventata il simbolo del lavoro iconico che il regista spagnolo ha realizzato nel cinema, rendendosi artefice di storie sensazionali ed intime.

Le donne di Almodóvar sono universi cristallizzati nelle proprie battaglie: forti e lottatrici, fanno a botte con i loro dolori. Ognuna con la propria storia, ma tutte con un unico comune denominatore: la solitudine. Sole con se stesse e con i propri fantasmi, sono donne carismatiche seppur umili, dotate di una forte capacità di resistenza. Resistono alle ingiustizie e bramano la fuga, quella verso il cambio constante, verso la svolta definita come miglioramento.

 

Pedro Almodovar 2

Le donne di Almodóvar sono universi cristallizzati nelle proprie battaglie

 

Senza mai cadere in cliché e ad eccezione di un paio di film, come “La mala educación” (2004) dove non è presente alcun personaggio femminile, o “Parla con lei” (2002) dove i protagonisti principali sono uomini, la donna è sempre stata l’oggetto di esplorazione della sua opera cinematografica, tanto da essere considerato un vero e proprio “regista delle donne”.

Ma come scendere nei meandri dell’abisso misterioso del mondo femminile, senza considerare i “tipi” di donna che lo abitano, quelli che Almodóvar sceglie con cura di rivelare attraverso fitte trame contorte, quelli che scavalcano muri invalicabili di situazioni limite, perchè pittoresche e, allo stesso tempo, dolorose.

Enfatizzando ogni aspetto come se fosse un punto di forza o di debolezza tali da caratterizzare il personaggio femminile nella sua completezza, Pedro  Almodovar sceglie così i suoi tipi.

 

Ci sono, come personaggi feminili ricorrenti, le “madri”: la maternità ha molteplici sfaccettature nel mondo del regista spagnolo. Ci sono quelle che si prendono cura dei propri figli ad ogni costo e che soffrono la loro lontananza o sparizione, come Julieta (2016);  quelle che hanno perso un figlio, come Manuela in “Tutto su mia madre” (1999); o quelle che invece non considerano minimamente i propri figli come in “Tacchi a spillo” (1991),  in nome della propria carriera. Madri coraggio, ma anche madri che sfuggono al proprio ruolo. Il viaggio nella maternità è una delle sfide più riuscite del regista, che tocca anche aspetti considerati spesso dei tabù o delle spine fastidiose, ma spesso necessarie per comprendere in toto la femminilità.

 

Pedro Almodovar 1

Julieta (2016)

 

Poi ci sono le “prostitute” almodovariane , donne che hanno scelto questa professione e che, in un certo senso, non la rinnegano. La libera volontà le rende più forti e libere di chi pensa che non lo siano. Tutti i personaggi che interpretano questo “tipo”, sono donne tenaci, vibranti, nonostante la durezza delle situazioni che sono costrette ad affrontare. Tra quelle che ricordiamo di più c’è sicuramente Cristal di “Tacchi a spillo” e Agrado di “Tutto su mia madre”. Quest’ultima, nello specifico, donna transessuale, rende tutto più morbido attraverso il suo senso dell’umorismo. Non si può, inoltre, non menzionare “Carne Tremula” (1997) dove una prostituta, interpretata da Penelope Cruz, dà alla luce suo figlio in un autobus, íncipit iconico della filmografia di Pedro Almodovar. Qui si uniscono le due categorie di madre e prostituta in un ambiente squallido e avverso e, nel caso specifico di questa pellicola, in una percezione di contrasto del personaggio. L’immagine spinta ed erotica della prostituta si oppone a quella della tenerezza indiscutibilmente ed inesorabilmente attribuita alla figura materna. Tutto prende un gusto agrodolce ed è proprio il vestuario succinto, colorato e più stretto della taglia reale che indossa la prostituta, a rendere vivi i due punti di forza della donna: la sensualità e la maternità.

 

Inoltre, come non citare la donna innamorata che molti dei personaggi femminili di Almodóvar incarnano: donne disperate per non poter avere il proprio uomo accanto, come Léo, la protagonista de “Il fiore del mio segreto”(1995), scrittrice di romanzi rosa, la cui relazione con il marito comincia a declinare a causa delle sue continue assenze, ad esempio, o donne che scoprono tradimenti, amanti, figli, come “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”(1988).

La casalinga, donna dall’apparenza tranquilla, che mostra sempre un lato isterico, disperato, al limite della sopportazione., come Gloria in “Cos’ho fatto per meritarmi questo”, dove Gloria, donna che è costretta a condividere il suo appartamento con la suocera e con un marito maschilista, non è altro che la musa di un canto liberatorio della donna che vive tra le quattro mura domestiche.

 

Pedro Almodovar 3

Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988)

 

E poi ci sono le donne transessuali, come Agrado, quelle che sono in continua ricerca di se stesse, quelle che evolvono trasformandosi in ciò che agognano da tempo.

Ma non sono solo queste: ci sono anche figlie, attrici, cantanti e addirittura torere o suore. Le donne di Pedro Almodovar sono un insieme di tutti questi tipi, in continua evoluzione. Si ribellano, cambiano, valorizzano la loro sessualità, rivendicano il loro diritto di persone al di là del ruolo sociale o biologico che ricoprono. Sono donne in esplorazione, donne che accese dai verdi o dai rossi dei loro vivaci vestiti, sfidano situazioni limite in cui osservano se stesse con l’obiettivo di superarsi e, in un certo senso, rinascere.

 

Può dunque considerarsi Pedro Almodóvar come l’autore che ha dato voce alla liberazione sessuale delle donne negli anni Ottanta, volte a sfuggire dai pregiudizi nel limite tra modernità e tradizione di quell’epoca? Senz’alcun dubbio, il regista spagnolo è stato in grado di plasmare l’oppressione vissuta dalla donna  attraverso sarcasmo e ironia, rivendicando i cambiamenti e il diritto alla ribellione, ma anche rivelando la continua dipendenza emotiva dall’uomo.

È per questo che, generalmente, il cinema di Almodóvar è stato considerato Meló o, meglio, melodrammatico giacchè, da un lato i personaggi femminili sono combattivi e, dall’altro, mantengono aspetti che il femminismo ha tentato di sconfiggere durante la storia. Questa sorta di contrapposizione rende ogni suo personaggio terribilmente contraddittorio, e, dunque, incapace di liberarsi e di dipendere totalmente da se stesso. Alcuni di questi restano attaccati a legami malsani, mentre altri come Raimunda (Penélope Cruz) in “Volver” (2006) o Gloria in “Che ho fatto per meritarmi questo” si rendono conto delle catene a cui sono legate a livello sociale e culturale e irrompono nella narrazione con coraggio, quasi come delle eroine, spezzando ogni singolo legame.

 

Pedro Almodovar 4

Volver (2006)

 

Dunque, definire Almodóvar un femminista è un tantino azzardato: piuttosto potremmo considerarlo come capace di utilizzare i personaggi femminili per rappresentare il proprio paese, ovvero una Spagna nel suo continuo oscillare tra tradizione e modernità, tra desiderio di libertà e chiusura nei ruoli sociali patriarcali prestabiliti dalla tradizione. La terra è madre, ma è anche figlia, prostituta, casalinga, innamorata, sacra, contraddittoria, a volte ricca a volte desolata. La terra, dopotutto, è donna.

 

*****

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche: Woody Allen – 5 passi nella nevrosi.