Bobo Rondelli si racconta.

“Sono reduce da un concerto bellissimo. Ho completamente perso la testa per Bobo Rondelli. Massimo che era con me mi ha vista ballare in mezzo a San Lazzaro pazza e felice come accade di rado. Bobo Rondelli, stasera, mi ha rubato il cuore. E’ geniale, è comico, è tragico, ha una voce con cui fa quello che vuole, recita, imita, e soprattutto canta. Fa ridere, fa commuovere, fa Ciampi, fa Jannacci, fa Tenco, fa se stesso. Mugugna, borbotta, inventa strane lingue, motteggia, sbeffeggia, improvvisa, scanzona, scantona, è ironico, è stralunato, è esistenzialista, è irriverente, è greve, è grave, è steso, è distruttivo, è bordellesco, è Livorno, è Parigi, è cantina fumosa e balera sul mare, è melting pot, è multitask, è schizofrenico, è poetico, è scomodo, è scorretto, è malinconico, è impudico, è surreale, è osceno, è FIGO. Non fate l’errore di perdervelo. Correte ovunque lui sia. Quasi due ore di spettacolo e ve ne innamorerete perdutamente. L’uomo della mia vita adesso è in un hotel o a sbronzarsi o a puttane. Non importa, non sono gelosa.”

(Grazia Verasani)

 

 

“C’è la luna di Pasolini.”, mi dice dopo essersi seduto. “Quel film, quella luna di giorno.”

 

Ed è vero, la luna c’è, ed è un pieno pomeriggio d’Agosto. Uno in cui sono travolta da un insolito destino nell’azzurro mare di quel mese, con un bicchiere di aglianico lucano in mano.
Prima che la mia intervista inizi, ripenso  per un millesimo di secondo inconscio all’epilogo di “Capriccio all’italiana” e al dialogo tra Totò e Ninetto Davoli:
“E che so quelle?”
“Quelle sono le nuvole.”
“E che so’ ste nuvole?”
“Mah…”
“Quanto so belle, quanto so belle. Quanto so belle!”
“Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato.”

 

Bella la Basilicata. Sono a Montemilone (PZ), allo “Ndruzz Festival”, un festival musicale nato nel 2014 su desiderio dei “Cum sciamma sciamm”, un gruppo di giovani musicomani che non si rassegnano all’agonia della loro terra. E così quale rimedio migliore della buona musica per sciogliere i nodi della refrattarietà a quanto è diverso, dell’invadente e claudicante incombenza del globale e della monotonia delle abitudini di provincia che spesso portano con sé cibo per la mente andato a male? Ragion per cui quest’anno gli impavidi hanno invitato Bobo Rondelli (con concerto aperto dagli Avast, che presenteranno “Lavatrici”, un disco-scrigno di 8 inediti e una rivisitazione di “Poor Boy” di Nick Drake, a cui la band dedica una traduzione arricchita di slang lucano), che ora è seduto accanto a me, sulla sorella gemella della vecchia sedia in paglia su cui sono io, a godersi vino e cielo.

 

Bobo non lo puoi raccontare. Puoi parlare dei suoi dieci dischi all’attivo, o del fatto che di lui hanno detto “ Quella sua faccia antica, il suo romanticismo da osteria, le sue canottiere da pranzo d’agosto, la sua epica da Livorno proletaria e sporca, in bianco e nero…”.
Puoi parlare del suo amico Paolo Virzì che gli ha dedicato un documentario “L’uomo che ha picchiato la testa”, delle sue collaborazioni e premi, tra cui il Premio Ciampi come miglior arrangiamento nel 2001, del suo esser bello e dannato, del suo far vera canzone d’autore e poesia.

 

Non lo puoi raccontare, forse. Ma puoi dire di averlo visto. Anzi, devi.
Bobo plasma le canzoni, le impasta, le prende a schiaffi come solo Giancarlo Giannini saprebbe fare, le accarezza poi come Mastroianni con la Loren, ci piange su e dentro, e un attimo dopo ne ride, col tono più beffardo, baritonale, e pieno di dignitoso e dolce silenzio che io abbia mai sentito.

 

Bobo Rondelli

Foto di Rocco Casella

 

E sono lì. Con lui accanto. Sul terrazzo di un appartamento che sarebbe tanto piaciuto a Jep Gambardella (“A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”).

Lo guardo, attivo il mio piccolo registratore e gli chiedo…

 

Bobo, a cosa servono le canzoni?

Eh, soprattutto a fatte fa’ sordi a te, e nun fa ‘n cazzo da la mattina a la sera. Se la prendi bbona na canzone…
No, beh.. Sì, c’è anche questo lato qui, se diventa un lavoro. In realtà forse non dovrebbe essere un lavoro. Le canzoni sono storie che si raccontano, che aprono la mente, che aiutano alle volte ad accarezzare l’anima di qualcuno che si sente un po’ giù. Servono a cantare, a ballare, a far stare insieme la gente, a continuare la specie. Se uno scrive una bella canzone romantica, poi viene passata in macchina, due la sentono, si baciano, poi fanno l’amore e i figli vengono al mondo. In teoria le canzoni dovrebbero fermare anche le guerre, ma, purtroppo, in quel campo lì sono solo parole.

 

E il cantautore chi è?

“Cantautore” è un termine che non m’è mai piaciuto. Mi evoca un cantante… con l’automobile?! “Cantastorie”, “canzonettaro”, questi termini mi piacciono di più.
E’ una forma moderna di far poesia.

 

Hai detto “Il poeta è colui che fa, non colui che fa blablabla”.

Sono amico di un poeta vero, Franco Loi, ed è stato lui a dirmi che la parola “poeta” per etimologia greca significa proprio “colui che fa”, quindi sì, anche un calzolaio che fa un bel paio di scarpe compie un atto poetico ed è poeta. Probabilmente anche più poeta chi fa del bene rispetto a chi scrive canzoni inutili. Gino Strada per me è un grande poeta, ecco.

 

A chi ti ispiri?

Non sono un grande lettore, mi piacciono però i libri di poesia Zen. Mi piace Lao Tse.

 

Cosa ti ha insegnato Piero Ciampi?

Ma sai, Piero Ciampi penso non volesse insegnare nulla. Forse è l’unico cantante che da ultimo cantava gli ultimi, un bluesman. Ha fatto una vita abbastanza scellerata e l’ha cantata più degli altri: questo mi è piaciuto.

 

“Sappi che non ho ancora capito l’amore cos’è.” (Quando non ci sei, 2002) Mi chiedevo se di recente magari l’avessi capito.

L’amore tra un uomo e una donna non l’ho capito cos’è. Alle volte si ama una donna proprio quando non la si ama più, quando le si vuole bene. Quando la si ama si tende a volerla possedere, a impedirle anche di vivere.

 

Bobo Rondelli

Foto di Rocco Casella

 

Un incontro musicale che non dimenticherai.

Tanti, per mia fortuna, ci son stati tanti volti, Stefano Bollani, Franco Loi, Steve Lunardi e gli altri miei collaboratori. Con loro siamo una sorta di famiglia. La musica viene meglio se c’è amore.

 

L’ultimo disco che hai ascoltato e il primo che hai comprato.

Gli Arcade Fire, ma su Spotify, sono abbonato e sento quel che mi va. Quando avevo dodici anni, però, il primo disco che mi son trovato tra le mani fu “Transformer” di Lou Reed. Mi colpì molto.

 

“Su una panchina si è felici solo quando si sogna.” (L’ultima danza, 2001) Tu sei un sognatore?

Sognare è importante. Ci permette di viaggiare. La realtà sarebbe noiosa  senza sogni. Io sono un sognatore, sì, ma non so esattamente di cosa. Certo è che sogno la serenità, che è forse la cosa più impossibile, anche perché dopo poco diventa noia e…

 

Rifaresti quello che fai se dovessi rinascere?

Non lo so, sì. Più il tempo passa più mi rendo conto che è una sorta di malattia. Una parte di me dice “Chi te lo fa fare?” e risponderei: voglia di non andare a lavorare. Non mi piace produrre, non mi piace l’idea di fare il minatore, quello che faceva mio nonno.

 

Su cosa stai lavorando?

Sto lavorando su tante cose per cercare di continuare a non andare a lavorare.

 

“Cosa fai di te nella vita?”, t’hanno chiesto. Hai detto: “Sfrutto il bambino che è in me.”

In certi momenti quando tutti mi guardano, vorrei esser da un’altra parte, mi vergogno e mi salva la fantasia di bambino, ecco tutto. Come quando si accerchia lo scemo del villaggio e ne vien fuori un gran numero (“Gigi balla”).
Confido tanto nel mio aver conservato il bambino che sono, che è un lavoro estremamente difficile, “fare il bambino” intendo.