Leonard Cohen, il semidio e il vuoto profondo dentro quell'impermeabile blu.

Quanto grande è stato il verde dell’incubo apocalittico che scandiva il tempo delle sue giornate.

Quanto bello il mare delle sue parole.
E quanto è durata la stanza del suo elegante inferno.

 

“Ti stiamo donando un cuore grande, ma se bevi vino inizierai a odiare il mondo. La luna è tua sorella, ma se prendi sonniferi ti troverai accanto a donne infelici. Ogni volta che ti aggrappi all’amore perderai un fiocco di memoria.”

Così gli dissero le levatrici. E questo germe multiforme impiantato nel cuore del piccolo bambino prodigio di discendenza ebraica che era, Leonard Cohen se lo portò dentro per sempre come un cavallo impazzito e immobile, rassegnato, terrorizzato e nomade, onnisciente e discreto.

 

La verità è che lo scorso 7 novembre abbiamo perso un Cristo della poesia e dell’anima, e il minimo che si possa fare è parlarne, come si fa quando ci si illude di superare l’insuperabile.

 

Vogliamo ricordarlo così.

 
Il cantautore e il poeta

“Se il tuo destino è quello di essere un operaio chiamato scrittore, allora sappi che dovrai lavorare ogni giorno, ma sappi anche che non riuscirai tutti i giorni a tirare fuori qualcosa di buono. Devi essere sempre pronto, ma non sei tu quello che ha in mano il timone. Ci sono momenti in cui non ti vedi più come l’eroe del tuo dramma e non ti aspetti più una vittoria dopo l’altra. Finalmente prendi coscienza che tutto questo non è il paradiso. In qualche modo, soprattutto dei privilegiati come noi, si rendono conto che questa valle di lacrime è perfettibile e bisogna prenderla per ciò che è. Ho scoperto che quando non mi aspetto più di vincere, tutto diventa molto più facile. Ho cercato di rendere questo concetto in quella canzone chiamata A thousand kisses deep, quando subentra quel senso di rilassamento e ti rendi conto che ti stai lasciando alle spalle il tuo capolavoro personale e ti abbandoni al tuo capolavoro supremo.”

 

L’unico matrimonio della vita di Leonard Cohen fu quello coi suoi testi. 365 giorni per completare una canzone: un artigiano, una “suora, moglie di un mistero”, come lui stesso raccontò nel 2014.

 

Ogni suo disco è stato un viaggio nato e tornato dal silenzio e nel silenzio.

“La prima volta che ho scritto qualcosa che ritenevo avesse un significato fu dopo la morte di mio padre quando avevo 9 anni. Ho preso uno dei suoi papillon, l’ho tagliato a metà e ci ho inserito un piccolo messaggio, poi l’ho seppellito in cortile, nel giardino. Non avevo altro modo di entrare in contatto con un evento misterioso che curiosamente non mi aveva sconvolto. Mi sembrava normale che mio padre fosse morto, sembrava che la sua morte facesse parte di quegli eventi ineluttabili della vita, che non si possono rifiutare e nemmeno giudicare. Adesso non ricordo di preciso cosa avessi scritto. Forse solo qualche preghiera che accelerasse il suo viaggio, qualunque fosse la sua destinazione.”

La poesia per Leonard fu quasi un dovere. Ne vedeva dappertutto. Un cilicio necessario, montato con amara ironia , un’overdose continua che a volte rendeva impossibile respirare, un inevitabile odi et amo, un esorcismo, un atto ufficiale di rispetto del tempo, l’unica via per diventare universali, lacerandosi le dita per colpa della fune con cui ci si cala dentro di sé.

 

Leonard Cohen 1

 

L’incontro col “Verso” avvenne in sinagoga, da bambino, quando una pagina della Bibbia gli si offrì come una rivelazione. Poi la passione per i fumetti (Capitan Marvel, Superman, Aquaman) e i componimenti giovanili scritti “per le ragazze”.

 

Alla missione della poesia Cohen dedicò sempre lavoro duro e costanza, incurante del compenso dei suoi sforzi. Voleva essere un grande poeta. Ed è riuscito a  regalarci undici libri.

 

Una volta Shelley ha detto “I poeti sono i misconosciuti legislatori del mondo”. Una descrizione incredibilmente ingenua. Ma noi ci credevamo davvero. E pensavamo che quello che stavamo facendo fosse terribilmente importante. Forse lo era. Chi lo sa?

 

Il profeta

 “There’s a blaze of light
In every word
It doesn’t matter which you heard
The holy or the broken Hallelujah”

(Hallelujah, 1984)
Nella canzone PennyRoyal Tea (1993), Kurt Cobain auspicò di trovarsi “nell’aldilà di Cohen per singhiozzare in eterno”. E chissà che ora non stiano fumando insieme.
Non a tutti è concesso, ma Leonard ne assaporò privilegi e dolori: fu un uomo a metà tra la vita e la morte. Che di vita, si sa, non si può morire, ma solo ammalarsi. Fu custode di un segreto (quasi) intraducibile, vincolato al silenzio da Dio in persona, e allo stesso tempo mandato e disposto, grazie alla sua coraggiosa rivoluzione interiore, a gridare delicatamente questa canzone al mondo.

 

Il misticismo di Cohen si tocca, si mastica, è una voce paradossalmente multicolore nella sua nebbia.

 

“Non ci sono né ristoranti, né toilettes né night club. Ma si può visitarlo il paradiso.”

 

L’Uomo, la malattia

 “Ogni giorno, ogni mattina me la trovo davanti e cerco di affrontarla”

 

La depressione. Quella vera.

Un elegante calvario che per Leonard Cohen è durato più di cinquantanni, una compagna forte e immune ad ogni tipo di psicofarmaco (fluoxetina, paroxetina, bupropione, metilfenidato) buttato giù con quella sua dolce ironia scura. Tutto iniziò nel periodo adolescenziale. Anche sua madre ne soffriva, era estremamente protettiva nei sui confronti e con attitudine a tener legato il figlio a sé con sensi di colpa indotti.

 

Il disturbo di Cohen, per come lo ha sempre descritto nelle sue interviste, aveva caratteri clinici gravi e crudeli: anedonia, problemi di funzionamento sociale, abuso di alcol e droghe. Una distimia quasi, una organizzazione di significato personale di tipo depressivo, con questo ha convissuto il poeta per più della metà della sua esistenza.

 

Il tutto onestamente, volutamente e inevitabilmente infuso nella sua musica. Quando alcuni critici statunitensi gli mossero crude critiche rispetto al suo essere eccessivamente lugubre, Cohen propose provocatoriamente alla sua etichetta musicale di vendere delle lamette da barba (a scopo autolesionistico) insieme ai suoi dischi.

 

 

Le donne, l’alcol, la droga

 “Like a bird on a wire,
like a drunk in midnight quier,

I have tried in my way to be free…”

(Bird on a wire, 1969 )
Leonard aveva sempre bisogno di una relazione, ma le portava tutte al punto di rottura. Chiedeva attenzioni fisiche e presenza, usava il suo fascino come un incantevole bambino prodigio a cui non si può dire no. Chiedeva, sì, ma senza voler dare in cambio di quel che pretendeva.

 La mia reputazione di dongiovanni è stata uno scherzo che mi ha fatto ridere amaramente sulle diecimila notti che ho passato da solo”

 

Leonard Cohen 2

 

 

Primo suo grande amore fu Mariane Ihlen, modella norvegese, incontrata a Oslo nel 60 e dea di «So long, Marianne». Dopo dieci anni d’amore da fare invidia alle più affascinanti relazioni della letteratura, Leonard le disse “Arrivederci, Marianne, per noi è tempo di ricominciare… Il tuo corpo è a casa in ogni mare, ma com’è che hai dato tue notizie a ognuno quando dicevi ch’erano segreti riservati solo a me?”.
Lo scorso Luglio Marianne si ammalò di leucemia, e Leonard la salutò così:

“Credo che ti seguirò presto. Ti sono così vicino che, se allungassi una mano alle tue spalle, potresti toccare la mia, sappilo. … Ci vediamo in fondo alla strada.”

Poi Suzanne Elrod, nel 1970. Ebbe due figli da lei, Adam e Lorca. Le catene della sua malattia gli impedirono di sposarla. Nonostante l’omonimia, non fu la Elrod la musa dei versi che masticò anche Faber, ma Suzanne Verdal, una ballerina, compagna di un amico. Leonard se ne innamorò, ma di un amore che restò sempre platonico, e per questo eterno.

1980: Dominique Isserman, una fotografa appassionata che diresse alcuni dei suoi video, tra cui “Dance me to the end of love”.
Ma al matrimonio Leonard ci pensò la prima volta solo 10 anni dopo, con Rebecca de Mornay, attrice più giovane del poeta di 25 anni.

 

Per ogni bocca di donna, etanolo. Per ogni addio inevitabile, una droga diversa.

 

Il buddismo zen e la “guarigione disperata”

 “Sono sempre stato attratto da tutto ciò che è militaresco, monastico. Dai soldati, i militari, i regimi e i reggimenti. Situazioni in cui la struttura della vita è molto chiara e determinata, come in un monastero o nel senso zen del termine.”

 

Lenire i suoi ultimi anni stanchi fu una scelta quasi involontaria. Alla “sua Stairway to heaven” Leonard diede il nome di monte Baldy, un’altura non lontana da Los Angeles sulla quale si trovava un monastero zen. Nel 1996 Cohen vi si trasferì e venne ordinato monaco con il nome di Jikan. Passò tuttavia solo qualche tempo su quella montagna, consapevole di essere inadatto al sapore di quella quotidianità, alle bastonate nella sala zen, ai passi a piedi nudi coi sandali in mezzo alla neve. Un monaco privilegiato e fuori dalle righe, invece, in quanto non rinunciò mai a saké e sigarette nel corso della sua permanenza.

 

Leonard Cohen 3

 

Al di là di questo palliativo spirituale, però, guarire dalla depressione fu quasi una scelta disperata per il cantautore. La soluzione? Imparare ad ignorarsi, ad ignorare il suo demone inseparabile, “suo fratello, il suo killer”, come canta in “Famous blue raincoat”, uno dei suoi pezzi più struggenti e dolorosi, probabilmente rivolto a se stesso.

 

Ma si sa, per usare un’espressione oggi disgustosamente inflazionata, ma perfetta per parlare della fine di ogni goccia sul Burberry Blue che Leonard cantò e comprò a Londra nel 1959, non può piovere per sempre.
E dopo tanto abisso, alla fine dei suoi anni Cohen si imbattè nel sole.

 

“Mi ricordo che mi svegliavo al mattino e mi sedevo in un angolo della mia cucina, che ha una finestra sulla strada. Guardavo il sole che splendeva sui paraurti cromati delle auto e pensavo che era davvero bello. Pensavo che per la prima volta percepivo quello che anche gli altri percepivano. La vita divenne più semplice e lo sfondo di continua autoanalisi che mi aveva accompagnato per tanto tempo scomparve.”

 

Quanto sa essere caldo questo freddo.

 

 

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