“Bomb you are as cruel as man makes you and you're no crueller than cancer” (Gregory Corso)

Che caso curioso. Un giorno scoppia una bomba a migliaia di chilometri da Roma e il giorno dopo siamo tutti a piangere il venticinquennale della morte di Giovanni Falcone. Sembra quasi che il tempo si sia cristallizzato, che nulla sia cambiato. In parte è vero, il sangue umano è sempre lo stesso, che sia stato versato a Manchester piuttosto che in un tratto autostradale siciliano. Eppure il terrore, tanto è più forte oggi, tanto riesce a disinnescare l’unico ordigno che non dovremmo mai scollegare: la memoria. Oggi il problema sono i musulmani, venticinque anni fa, il problema, eravamo proprio noi. Eravamo noi in quanto Cosa Nostra, ma siamo stati sempre noi anche quando si parla di Piazza Fontana, Ustica, la stazione di Bologna. Eravamo noi i brigatisti, i Libanesi, i Massimo Carminati. Non giravamo col turbante, non pregavamo in ginocchio cinque volte al giorno, ma eravamo noi lo stesso. Non io, non tu che leggi personalmente, ma noi. E se dobbiamo essere nazionalisti, allora che si abbia il coraggio di esserlo fino in fondo, come in un matrimonio, se tu sposi l’Italia, la sopporti nella buona e nella cattiva sorte.

 

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25 anni fa, il problema, eravamo noi in quanto Cosa Nostra

 

Cos’è il terrore? Non credo serva riesumare per forza Robespierre per rispondere a questa domanda. Il terrore non esiste così com’è davvero percepito. La maggior parte di noi vive in assoluta tranquillità, non ha mai visto una pistola se non in televisione, non conosce l’odore della polvere da sparo, dei fumi della dinamite, non conosce l’urlo assordante dell’esplosione. La maggior parte di noi si alza, presto o tardi che sia, e fa la sua vita, a discapito della morte. Eppure teme. Teme perché a Manchester scoppia una bomba, teme perché al Bataclan di Parigi sparano sulla folla o perché un camion impazzito semina sangue sul lungomare di Nizza. Il terrore è questo: episodi, anche lontani fisicamente, che però hanno l’impeto di arrivare fin dentro il nostro animo, come se i resti e i detriti del male ci fossero rimbalzati dalla strada alla finestra del salotto. Il terrore è così, è percepito, ma razionalmente è lontano da noi. La guerra è un altro discorso, la guerra è orrore, scempio continuo e continuativo. Il terrore, invece, è una crisi di ansia ingiustificata.

 

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Un’immagine dall’attentato di Manchester

 

Cosa Nostra non è vostra, è Cosa Mia

La strage di Capaci del maggio del ‘92 in combinata con l’assassinio di Salvo Lima nel febbraio dello stesso anno e la morte di Paolo Borsellino in giugno, sono stati solo lo spettacolo pirotecnico serale di una sagra iniziata vent’anni anni prima. La mafia, declinata in tutte le sue forme regionali, miete vittime quotidiane, per tanto che sui quotidiani ne finiscano solo i più illustri. Sono più di mille i morti che hanno segnato la storia di Cosa Nostra, un periodo storico cominciato da una guerra intestina, quella tra Riina e i Corleonesi contro la mafia palermitana di Stefano Bontate, per il controllo della città siciliana, e terminato con l’approdo delle bombe in continente, da quelle esplose a Roma, Milano e Firenze all’ultima, inesplosa, di nuovo a Roma il 31 ottobre 1993. Ce li avevamo in casa, i terroristi, ma nessuno sembra più ricordarsene. Una volta all’anno piangiamo Giovanni Falcone, con le stesse lacrime di coccodrillo con cui piansero i suoi “carnefici” il giorno del funerale, ma appena scocca la mezzanotte, torniamo a fare i conti con la nostra nuova paura: l’Isis. Perché? Perché l’Isis fa ancora rumore, la mafia non più. Forse Cosa Nostra è davvero fallita, con l’arresto di Provenzano nel 2003, ma non per questo si è estinto il terrorismo dal nostro paese.

 

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Cosa Nostra è fallita con l’arresto di Provenzano nel 2003?

 

Se metti il cellulare in modalità “silenzioso” durante una riunione, il fatto che i messaggi sconci della tua amante non risuonino per tutta la stanza non vuol dire che non arrivino lo stesso. L’unica differenza, ed è inevitabile in un mondo globalizzato, sono i confini. Perché finché l’Isis ha fatto stragi a casa sua, tutto andava bene. Allo stesso modo però, finché Bernardo Provenzano entrava vestito da poliziotto in un garage palermitano e seccava a colpi di mitra altri mafiosi, nessuno si è mai allarmato. Poi però hanno deciso di alzare il tiro, perché l’obiettivo di chi sparge terrore è quello di alzare più fumo possibile da poter arrivare di nascosto al centro del potere, ed il potere non ha sede solo in viale Lazio a Palermo. Bisogna iniziare a far saltare teste illustri, tipo quel generale Dalla Chiesa che il terrorismo conosce bene, ma che nel caldo siciliano è morto come l’ultimo dei pezzenti. Però non c’era Facebook nel 1982, non c’era la possibilità di scrivere “Iu sugnu Carlo Alberto” – o Giovanni o Paolo – sulla propria bacheca. Allora si potevano organizzare solo funerali, ma quelli, lo sappiamo, in Italia si riservano a tutti. Io nel ‘82 non c’ero, così come non c’ero nel ‘92 e nel ‘93 non avevo che poche settimane prima che si archiviasse uno dei bienni più cupi della storia italiana. Eppure oggi mi spaventa più il nostro passato, che il raccapricciante presente che semina morti per l’Europa. Forse sono un egoista, ma credo che solo con l’egoismo possiamo tenerci in vita. Non con la paura, non con il timore di prendere un aereo perché “potrebbe saltare in aria”. Perché ci sono più possibilità che muoia per un tumore, che mi suicida fumando un pacchetto di sigarette al giorno, piuttosto che io, proprio io, finisca vittima di una strage.

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Spaventa più il nostro passato, che il raccapricciante presente che semina morti per l’Europa

 

Io non ho paura delle bombe, io ho paura del perché vengono messe. Ed il fatto che la mafia abbia smesso di fare il suo show, non vuol necessariamente dire che abbia perso. Anzi, io credo fermamente il contrario. Io credo che l’Isis, tra le sue purghe di infedeli e i complottismi di essere un prodotto degli americani, invidi il silenzio della mafia. Perché non ha più bisogno di far sentire la propria presenza, perché l’esistenza in un sistema, potrebbe essersi trasformata, ahimè, in essenza. Questo è il vero terrore. Questa è paura, la stessa che avevano Falcone e Borsellino. Entrambi non tremavano al pensiero delle bombe – “Non sono io che devo pensare alla mia sicurezza, c’è chi è addetto a questo compito” disse Borsellino (da “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Chiarelettere, Milano, 2007) – avevano paura di non vedere l’arcobaleno dopo la tempesta. Avevano paura che il loro sacrificio, legittimo in nome di una causa superiore, non venisse accolto dallo Stato. Tanto da Andreotti – per dirne uno – quanto da me, l’ultimo dei cretini in questo benedetto Paese.

 

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Borsellino e Falcone avevano paura che il loro sacrificio non venisse accolto dallo Stato

 

Forse però, queste mie righe indignate, sono solo i vaniloqui arroganti di uno sciocco. In parte posso concordare con me stesso, non esiste confronto tra morto ammazzato e morto ammazzato. Soprattutto, non esiste confronto se si paragonano le morti “innocenti” causate dal terrorismo islamico dal 2001 ad oggi di contro a quelle “pilotate” della mafia o del terrorismo politico – rosso, nero, verde o bianco che sia – durante gli Anni di Piombo. Eppure noto incoerenza nel nostro Paese, la stessa che posso aver io nel giudicare i caduti e nel piangerne uno piuttosto che un altro, la trovo palpabile nell’aria, di chi giudica i mandanti di oggi peggiori di quelli di ieri, solo perché non italiani, solo perché così diversi da noi. Perché abbiamo paura allora?

 

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