Armi, rifiuti tossici, cocaina. Un viaggio tra i veleni di Gioia Tauro, porto franco della 'ndrangheta.

Percorrendo la Calabria dal Pollino allo Stretto, lungo la celebre Salerno – Reggio Calabria, il  paesaggio mostra immediatamente i segni del distorto processo di modernizzazione che negli ultimi trent’anni ne ha profondamente mutato l’aspetto. Lungo la mulattiera dagli infiniti lavori in corso, il selvaggio contrasto paesaggistico del verde dei boschi e del blu marino, è subalterno a costellazioni di capannoni industriali abbandonati e luccicanti centri commerciali. Coste stuprate da una scriteriata cementificazione e reperti da prima rivoluzione industriale intervallati da una natura ancora in parte selvaggia e incontaminata. In questo paesaggio da profondo sud, in una pianura di ulivi tra le acque del Tirreno e le rocce scoscese dell’Aspromonte, si staglia il megaporto di Gioia Tauro.

 

Porto di Gioia Tauro

Il megaporto di Gioia Tauro. Foto di Alessandro Mallamaci

 

Un colosso di cemento e acciaio con altissime gru che sfiorano le nuvole ed una distesa infinita di container colorati che accoglie quotidianamente navi mercantili grandi come montagne. Questo il singolare scenario del terzo porto di transhipment d’Europa, il primo del Mediterraneo, progettato negli anni 60 come porto industriale del mai realizzato centro siderurgico di Reggio Calabria e inaugurato nel 1992 con la definitiva destinazione di terminal – hub per containers.

Punta di diamante di quello che doveva essere il progetto di modernizzazione e industrializzazione della penisola calabro-lucana, il porto nasce da un’idea della Contship Spa, che a scopi di tutela e garanzia della buona riuscita dell’opera, machiavellicamente non può e forse non vuole considerare alla stregua di ostacoli le ‘ndrine che popolano la Piana.

 

La supercosca Piromalli – Bellocco – Pesce, per l’occasione federata in un unico cartello, non si accontenta di una tassa sullasicurezza” di un dollaro e mezzo per ogni container sbarcato, ma allunga i suoi tentacoli mortali su tutte le attività produttive afferenti all’area portuale: dalla gestione dello scalo alle assegnazioni dei terreni dell’area industriale, dall’assunzione della manodopera alla distribuzione e spedizione delle merci, fino al controllo dello  stoccaggio dei containers e la regolazione dei rapporti con i sindacati e le istituzioni.

Un peccato originale di corruzione e malaffare che ha trasformato il porto di Gioia Tauro nello scalo privilegiato della ‘ndrangheta per i suoi colossali traffici illeciti. In altre parole, la porta di ingresso di cocaina, armi e rifiuti tossici in Europa.

 

Oh my darling cocaine

Una struttura sofisticata e tecnologica, con monumentali gru alte 63 metri e tre milioni di container smistati all’anno. Uno snodo cruciale prossimo al Mediterraneo, mare tanto piccolo quanto strategico per gli equilibri geopolitici mondiali.

I numerosi e diversificati avamposti di legalità nell’area portuale (Procura di Palmi, DDA, Guardia di Finanza, Agenzia delle dogane) sono impegnati strenuamente in una lotta impari, che necessiterebbe di un dispiegamento di forze ancor più straordinario e imponente.

 

Negli ultimi anni i controlli sono stati potenziati e raffinati, ma la montagna è ancora tutta da scalare. A fronte di tre milioni di tue circolanti in un anno, solo cinquemila di questi sono ispezionati dagli investigatori, che attraverso pre-controlli incrociati riescono a setacciarne 500 al mese.

Da qui il dato sconfortante – riportato dalla Procura di Palmi- secondo cui per ogni container sequestrato, ce ne sono nove che giungono a destinazione.

Dal porto di Gioia Tauro arrivano quotidianamente dispacci simili a bollettini di guerra, notizie fotocopia che variano solo per la quantità di polvere bianca sequestrata. E per i mirabolanti nascondigli, ogni volta più bizzarri e particolari.

 

Gioia Tauro 2

Dal porto di Gioia Tauro arrivano quotidianamente dispacci simili a bollettini di guerra

 

Il nuovo anno si è aperto all’insegna del succo di limone (55 kg di cocaina) del gas refrigerante (72 kg) e delle interiora di bovino (390 kg).

I narcos meno fantasiosi hanno occultato la polvere bianca tra banane, fagioli, legname, zucchero. Quelli dotati di maggior ingegno hanno utilizzato carrelli per uso agricolo, come nel 2010 nel caso del sequestro record di 10 quintali, realizzato dopo una giornata intera passata dai Ros con la fiamma ossidrica. Nell’ottobre scorso, sono stati ritrovati 385 kg di cocaina custoditi in 17 borsoni impermeabili, legati tra loro con delle boe galleggianti, in un’area di mare distante circa 16 miglia dal porto di Gioia Tauro, al fine di eludere i controlli nella banchina.

 

I freddi numeri parlano di 1700 kg di cocaina sequestrata nel 2016 e di mezzo quintale nei primi due mesi del 2017.

A prima vista cifre imponenti, che rimpiccioliscono al pensiero che per ogni chilo di roba sequestrato, nove finiscono dritti nelle maggiori piazze di spaccio europee.

I Narcos hanno trovato nella ndrangheta un partner solido ed affidabile a cui affidare l’oro bianco del Sud America: dai los Zetas Messicani ai cartelli di Calì e di Sinaloa, sono molteplici i legami tra i trafficanti e i gringo calabresi.

Ma la merce scottante non è solo la cocaina. Il porto di Goia Tauro accoglie il 40% del mercato mondiale riservato all’Europa, ed è facile pensare come in una stagione dove i criminali sotterrano quintali di monnezza sotto terra, il mercato nero dell’area portuale si sia allargato al traffico illegale di rifiuti illeciti. Redditizio almeno quanto quello della cocaina.

 

Rifiuti, armi, Wikileaks: la spy story in salsa piccante

Le attività connesse al porto di Gioia Tauro sono finite anche sotto la lente d’ingrandimento dell’America di Obama. Nel cablo decriptato da Wikileaks dall’eloquente titolo “Rilevare i materiali nucleari in mezzo alla mafia”, l’ambasciatore americano in Italia descrive il porto come un enorme buco nero, dove passa qualunque cosa.

Un porto franco, dove la ndrangheta ha “occhi dappertutto”, a dispetto di controllori “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono illegalità“.

Sospetti questi, confermati dal ritrovamento, nel luglio 2010, di un container contenente cobalto-60 e sette tonnellate di tritolo T4, ingredienti più adatti ad una bomba sporca che ad una macedonia di frutta.

Per tale motivo, dal triste 11 settembre, il porto è rientrato nel Progetto di Sicurezza “Megaport”, varato dal Governo Americano. Militari americani in pianta stabile e un maxiscanner di ultima generazione al fine di neutralizzare possibile materiale nucleare prima dell’approdo negli States.

 

Ma la posizione di crocevia tra le grandi industrie del ricco nord e i paesi-pattumiera africani ha fatto sì che gli interessi della ndrangheta convergessero anche sul più infame e tossico dei mercati. Quello dei rifiuti.

Battezzato nel gennaio del 2006 con la scoperta di un carico illegale di materiale plastico: settecentoquaranta tonnellate di rifiuti di plastica, millecinquecento tonnellate di metalli, centocinquanta tonnellate di contatori elettrici, dieci tonnellate di componenti pneumatici usurati e di componenti automobilistici.

Aggiornato al settembre scorso con il sequestro di 34 quintali di ricambi usati di autoveicoli e di pneumatici usurati.

E con in mezzo dieci anni di altre 20mila tonnellate di rifiuti tossici sequestrati, diretti in parte verso il continente nero, in parte verso la profonda Asia, in paesi dove i materiali di scarto delle industrie italiane vengono lavorati in immondi laboratori e trasformati nella merce della più svariata natura.

Che ritorna nelle nostre case sotto forma di uno smartphone, di un giocattolo, di una lampadina, completando l’ultima tappa di un visionario e lungimirante percorso di auto-inquinamento.

 

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A Gioia Tauro è molto diffuso anche il carico illegale di materiale plastico. Foto di Alessandro Mallamaci

 

Il colosso di cemento e acciaio, ultima illusione di una Calabria sempre più povera ed isolata, ha scaturito sì ricchezza e lo sviluppo, ma solo delle anime nere di ndrangheta e delle loro pance già satolle.

Il grande porto di transhipment, dove la merce arriva e immediatamente riparte, è privo di un vero rapporto produttivo con il territorio circostante e non lascia nulla alla terra che lo ospita.

 

Il mare tutto porta e tutto si riprende, lungo questa gigantesca cattedrale nel deserto dove il lamento sordo delle sirene delle navi, più che un vittorioso squillo di tromba celebrante il riscatto produttivo e industriale, risuona mestamente come campane a morte.

Due mondi, quello del porto e quello della terra calabrese, vicini e lontani, diversi e divisi da onnipresenti telecamere e da una infinita rete metallica. Che marca in maniera più netta la linea tra la Calabria che spara e la Calabria che spera. E lascia quest’ultima sempre più in bilico, nel limbo del disincanto, in quell’amara posizione tra la speranza e l’infelicità.

 

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