Coltello e tangente. Esplosivi e ricatti. Le sette vite di Massimo Carminati, il Guercio nella terra dei ciechi.

Massimo Carminati è sopravvissuto a una pallottola alla testa, conquistandosi la fama di immortale. E’ passato quasi indenne a processi sanguinosi e virulenti, guadagnandosi la leggenda dell’impunità.

Il viaggio nella storia di Carminati è un viaggio a tinte nereggianti tra misteri impenetrabili e verità nascoste che negli ultimi quarant’anni hanno bagnato di sangue e piombo le strade della Città Eterna.

Ma chi è davvero Massimo Carminati?

Alle masse indottrinate dalle serie tv è noto come il Nero di Romanzo Criminale, nel variopinto sottobosco della criminalità capitolina è conosciuto come il Guercio, o er Cecato, per via della ferita sull’occhio sinistro. La stampa nazionale lo ha consegnato agli onori della cronaca come l’Ottavo Re di Roma.

 

Massimo Carminati 1

Massimo Carminati con la ferita all’occhio sinistro che gli è valsa il soprannome di il Guercio

 

Genesi ed evoluzione criminale: dalle rapine ai depistaggi

Cresciuto nel mito della rivoluzione nazionale fascista, aderisce ai Nuclei Armati Rivoluzionari e fa il suo ingresso nel mondo del crimine come rapinatore politicizzato. I Nar condividono lo stesso luogo di ritrovo con i membri della nascente Banda della Magliana, e il Fungo dell’Eur diventa teatro di alleanze e progetti criminosi. Come la rapina del 1979 alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, che salda il sodalizio banditesco tra malavita romana ed eversione nera.

Latitante, scappa in Libano con altri componenti dei Nar per sostenere i falangisti di Ketaeeb nella guerra civile contro i filopalestinesi; tornato in Italia, insieme a due neofascisti e ad un borsone con 25 milioni e pietre preziose, cerca di varcare clandestinamente il valico italo – elvetico di Gaggiolo, ma la fuga è interrotta dalla Digos, che apre il fuoco sull’autovettura. Un proiettile gli spappola l’occhio e rimane conficcato nella mascella. Sopravvissuto all’agguato, da allora diventa per tutti er Cecato, il Guercio, entrando di diritto nell’Olimpo del crimine.

 

La dimestichezza con gli esplosivi e la capacità di mediazione ne fanno il custode dell’arsenale comune di terroristi neri e Magliana, nascosto nientemeno che in uno scantinato presso il Ministero della Sanità. E’ da questa santa barbara che Massimo Carminati preleva un fucile mitragliatore Beretta Mab 38/44 e cariche di esplosivo T4 che fa ritrovare in una valigetta sul treno Taranto-Milano il 13 gennaio 1981. L’operazione, avallata dai servizi segreti, doveva depistare le indagini per la strage della stazione di Bologna.

Il suo nome viene accostato a rapine, attentati e omicidi. Quello di Fausto e Iaio, due diciottenni appartenenti ai centri sociali milanesi. E quello eccellente di Mino Pecorelli, direttore dell’Osservatore Politico, per il quale si ritrova sul banco degli imputati insieme ai più celebri, Andreotti, Gelli e Pippo Calò.

 

Si pone al centro del triangolo d’oro eversione, grande criminalità e servizi segreti, nel ruolo di anello di congiunzione di un sistema osmotico di vasi comunicanti.

Gli infiniti processi al terrorismo nero prima e alla Banda della Magliana poi gli costano varie condanne ed un’assenza forzata dalla scena criminale, ma Carminati si concede un eclatante ritorno sulla scena che verrà ribattezzato “il colpo del secolo”.

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio del ’99, ancora sotto processo per il caso Pecorelli, conduce un commando di banditi e scassinatori dritti nelle viscere del Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio, nel caveau della Banca di Roma. Nel forziere di alti magistrati, avvocati, ufficiali dei carabinieri, poliziotti, finanzieri.

Entra senza far scattare l’allarme, senza forzare lucchetti, senza sparare. Con una lista selezionata di 147 cassette di sicurezza, dalle quali sottrae documenti riservati, estratti conto e un po’ di cocaina di qualche professionista col vizietto.

Mentre i commilitoni si avventano sul bottino di oltre venti miliardi di lire il Cecato si appropria dei segreti di quella che si scrive giustizia e si legge potere.

 

Accusato di tutto: tra assoluzioni, processi, condanne, e indulti

L’epopea giudiziaria di Carminati è tanto lunga e tortuosa quanto sorprendente.

In quattro decenni di manette e processi, il Nero ha sempre ripetuto la stessa formula:

 

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.

 

Nell’ambito dei distinti processi a Nar e Banda della Magliana viene condannato per rapina, porto illegale di armi, lesioni personali. Tuttavia, in entrambi i casi arrivano puntuali due indulti, rispettivamente del 1986 e del 1990, che riducono o addirittura condonano per intero le pene inflitte dai giudici di Cassazione.

Nell’arco della stessa giornata, il 24 settembre 1999, viene assolto in primo grado per il delitto Pecorelli, e la Procura di Milano chiede l’archiviazione di Carminati nell’inchiesta sui due leoncavallini assassinati vent’anni prima.

 

“Io sono stato killer della P2, killer dei servizi segreti… io sono stato tutto ed il contrario di tutto..io sono stato qualunque cosa, la strage di Bologna… tutto quello che mi potevano accollà me lo hanno accollato”.

 

Per la valigetta sul treno l’accusa chiede nove anni di carcere per lui, quattro per un colonnello del Sismi e tre per un generale dell’aeronautica; ma nel 2001, in appello, è l’unico a farla franca: il reato contestatogli – detenzione e porto di armi ed esplosivi– nel frattempo si è prescritto.

 

Per il super colpo al caveau nessuno dei derubati sporge denuncia per il furto subito e l’unico scassinatore pentito, interrogato dal pm, rifiuta perfino di pronunciare il nome dell’Uomo Nero: «Io questo signore non lo conosco, non lo voglio conoscere» aggiungendo terrorizzato «Con questa domanda lei mi mette la testa sotto la ghigliottina».

Nuovo processo, nuova condanna (4 anni di detenzione), nuovo indulto.  Nel 2006, estinta così la pena, Massimo Carminati ottiene l’affidamento in prova ai servizi sociali, misura questa concepita dall’ordinamento per permettere il reinserimento sociale del fu detenuto.

Viene assunto presso la Cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi, un ex galeotto pentito e riabilitato dalla politica. E’ solo l’inizio di quella che passerà alla storia come Mafia Capitale.

 

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Massimo Carminati durante il processo per il delitto Pecorelli

 

Dominio spazio – temporale dell’universo criminale capitolino

E’ stato descritto come l’Ottavo Re di Roma, arbitro di vita e di morte del raccordo anulare, sebbene nella Roma sette colli e mille imperatori sia mal costume inflazionato quello di assegnare o revocare la fantomatica corona.

Il Guercio sopravvive alle diverse primavere criminali e culturali e una volta finita l’epoca dei golpe e dell’eversione nera, accresce e perfeziona il ruolo di trait d’union tra mondi all’apparenza inconciliabili e distanti.

Cadono governi, cambiano i papi e si eleggono nuovi partner, ma la lingua della suburra, coltello e tangente, resta la stessa. Smantellata tra morti e pentiti la Banda della Magliana, e sopite le voluttà golpistiche degli anni di piombo, c’è da riempire un enorme vuoto di potere.

Massimo Carminati si adagia plasticamente alla metamorfosi criminale capitolina e diventa lo scenografo occulto del proscenio dei tre mondi – di sopra, di mezzo e di sotto – collocandosi a metà tra le stanze dei bottoni e la strada, dove tutto s’incontra e tutto si mischia.

Il mondo di sopra è popolato da maschere note al Nero. Vecchi camerati divisi dai tempi delle batterie di fuoco e di nuovo accanto, in doppio petto, nei corridoi del Campidoglio o nei CdA di importanti partecipate pubbliche. Gennaro Mokbel (scandalo FastWeb -Telecom Italia Sparkle – Fastweb), Franco Panzironi (a.d. di Ama) e Riccardo Mancini (a.d. di Eur Spa), sono solo tre tra gli ex militanti dell’eversione nera ai quali Massimo Carminati presenta il conto.

 

Nel mondo di sotto, i nuovi interlocutori sono le cellule ndranghetiste, i Casamonica e il clan camorristico di Michele Senese O’Pazzo, con i quali coordina il traffico di stupefacenti e l’usura. Attività un tempo esecrate ma ora troppo redditizie per essere ripudiate.

E poi il mondo di mezzo, il più vasto e variegato. L’impianto della dimensione reticolare della tela del Cecato. Poliziotti affascinati dalle sue gesta, capi ultrà di Roma e Lazio a braccetto, funzionari pubblici da lui stipendiati. Una radio e un giornale a disposizione.

A Roma non si spara più, il garante della pax nel network criminale capitolino è proprio Massimo Carminati, che in un esercizio di equilibrio tra colletti bianchi, fazzoletti rossi e reduci camicie nere, alterna la politica del ricatto a quella della mazzetta.

E’ così che la longa manus del Cecato si insinua nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti, nell’accoglienza dei profughi e nella manutenzione del verde pubblico. Seppur interdetto dai pubblici uffici, vi spadroneggia senza la necessità di accedervi. E pace se i libri neri non sono più quelli di Evola o Celiné, ma la raccolta delle richieste di Odevaine (ex direttore della polizia provinciale di Roma, ndr) per ogni rifugiato venduto.

 

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Massimo Carminati, il re del mondo di mezzo

 

Fine della corsa?

Il 30 novembre 2014, due giorni prima dello scoppio della bomba Mafia Capitale, i carabinieri del Ros, su ordine della Procura di Roma, procedono al suo arresto nei pressi di Sacrofano, suo comune di residenza a nord di Roma.

Ora Carminati è recluso nel carcere di massima sicurezza di Parma, dove le intercettazioni ambientali hanno mostrato un uomo tranquillo e beffardo, e un pò affetto da sindrome cutuliana di boss tra le sbarre.

Da una parte rivendica la sua identità di criminale politico e prende le distanze dalla Banda della magliana:

 

‘‘sti cialtroni. Ma loro vendono la droga, io la droga non l’ho mai venduta, non mi ha mai interessato. Io schioppavo (rapinavo, ndr) dieci banche al mese”.

 

Dall’altra rompe il silenzio con gli inquirenti, prodigandosi in una stravagante richiesta di giustiziaVorrei un processo sui miei processi”, per difendersi dalle campagne mediatiche nei suoi confronti.

 

Quest’uomo, capace di adattarsi alla particolarità delle condizioni storiche, politiche e istituzionali della città di Roma, ha seminato complicità e forme di ricatto creando una struttura organizzativa a raggiera capace di aggredire i gangli vitali dell’amministrazione pubblica capitolina.

Sebbene I tempi siano prematuri per anticipare e prevedere gli esiti dell’inchiesta, è innegabile come il suo regno abbia profondamente influenzato i destini della Capitale, che dopo lo scioglimento per mafia ha subito un susseguirsi di commissari e sindaci senza giunta.

Un criminale sofisticato, si legge nelle carte della Procura, innamorato delle cose belle. Come i dipinti di Pollock e Warhol, o le ricercate tele di Schifano tanto care ai maglianesi, che la Finanza gli ritrova in casa. Ma allo stesso tempo campione di arroganza e del “lei non sa chi sono io”, con cui intima all’operatore del call center un rapido ripristino della linea telefonica.

Il soggiorno forzato nelle patrie galere non ha però smorzato la spavalderia del Nero, convinto che la tempesta giudiziaria ancora una volta si rivelerà un fuoco di paglia, da spegnere agilmente.

Se con l’aiuto di un indulto o di una prescrizione, sarà solo il tempo a dircelo.

 

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