Kurt Cobain, il cantore della generazione x.

«Bene, siete pronti? Vi ho riuniti qui perché voglio fare una cosa speciale, per Kurt Cobain. In realtà la vuole fare chi mi ha commissionato il lavoro» rantolo tirando un’ultima tirata alla sigaretta. «Tra un po’ sarà il suo compleanno e tutti dovete dire qualcosa su di lui. Non si faranno cognomi e tantomeno nomi. Sentitevi liberi, siate sinceri e per Dio, sbrighiamoci».

«Ok, inizio io?» domanda un tizio con le guance cadenti caracollando davanti all’obiettivo.

Annuisco e lui si sistema al centro della stanza, dietro il terzo banco della quarta fila.

 

“La cosa che mi è sempre piaciuta di te è la tua eleganza. Vorrei farti capire, ora che sei padre e stai per compiere 27 anni, che la tua musica è sincera.

Non importa, so che appena vedrai questo messaggio scuoterai la testa ma, ehi, non esiste solo la musica dei Flipper. Ci siete anche voi, ci sei anche tu”.

Magari taglio qualcosa, sì, taglio qualcosa. Gli faccio un cenno che lui non coglie subito, continua a parlare.

 

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Kurt Cobain con la t-shirt dei Flipper

 

“Sei forte, ricordalo. La tua musica lo è”.

Rimane qualche secondo in silenzio fissandomi, fissando fuori dalla camera. Ok, questo è fatto. Si alza, infila le mani in tasca ma prima si ricorda di stringermi la mano.

«Vieni, vieni tu ora», chiamo a gran voce un fotografo che si stacca dal gruppo con cui sta parlando.

«Quanto tempo ho?» chiede sistemandosi il cappellino in testa.

Alzo le spalle, non lo so quel compito mi è stato affidato da qualcuno che mi aveva dato ben poche istruzioni.

Da un amico di merda che mi stava sfruttando.

 

«Seriamente, quanto tempo ho?».

Cito Neil Young per fare il figo: «Abbiamo tutto il tempo del mondo».

Coglie il mio riferimento e inizia, forse.

“Kurt, Frances è fantastica. Ti ricordi quando mi hai detto che ti sembrava surreale essere padre? Hai ragione lo è, ed è una delle poche cose a questo mondo a cui non ti puoi sottrarre. Torna presto a casa, manchi a tutti noi. Tanti auguri”.

Bravo il tizio, conciso e pratico, non mi fa perdere tempo.

 

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Kurt Cobain e Courtney Love con una piccola Frances Bean

 

“So che manca ancora un po’ di tempo al compleanno, ma siamo tutti qui, per te. Volevo solo farti degli auguri, sinceri, e dirti quanto apprezzo la tua gentilezza ogni volta”.

Chi è sto tizio? Mai visto prima, non mi pare uno famoso. Gli faccio un gesto sbrigativo con le mani, e poi gli intimo di muoversi.

Ah, invece a questo ragazzo lo conosco. È il cantante di una band fantastica. Si siede in un banco in fondo alla fila, lo faccio spostare in avanti.

 

“So che sei timido, ma mi hanno trascinato qui”, ride, “Forse ci ucciderai tutti perché sei timido e t’imbarazzerai. Noi due non siamo amici intimi ma ti stimo molto. Tanti auguri”.

Bene, le cose stanno migliorando, eccone un altro davvero importante. Lo faccio sedere in prima fila, potrei sempre fare delle copie di questa VHS e farci sopra due soldi.

 

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Kurt Cobain, © Angelo Montanari

 

“Ciao Kurt, ci sono anche io. I nostri rapporti sono sempre stati tesi, soprattutto dopo la questione della copertina di Rolling Stone ma ci tengo a farti gli auguri. Sono contento di aver chiarito con te dopo quelle telefonate. Be’…” alza la mano destra, “tanti auguri di buon compleanno!”.

Si alza, ora gli chiedo se può avvicinarsi: «Un autografo? Certo, come no».

 

Come sono gentili questi famosi della scena grunge, guarda un po’. Osservo il grappolo di persone da filmare e mi sale l’ansia. Mi accendo un’altra sigaretta. Ho 26 anni, non dovrei stare qui ma a girare film come Strada a doppia corsia.

Eccone un altro, questo tipo è grosso, ci starà nell’inquadratura? Rido sommessamente. Ha un volto famigliare.

“Ti ricordi quando abbiamo fatto il tour in Europa assieme? Io vomitavo sempre prima di ogni esibizione e tu, tu, mi guardavi affascinato. Cazzo se sei strano, amico, ma hai davvero un grande talento e ora ci sei riuscito, sei famoso. Tanti auguri”.

Anche da ‘sto tizio mi faccio fare un autografo, potrebbe valere qualcosa, un domani.

 

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Kurt Cobain con Tad Doyle

 

Ora chi arriva? Un bel ragazzo, bene, potrei dargli una manciata di secondi in più.

“Ehi ti ricordi quando mi hai detto che I Want You (She’s so Heavy) era la più bella canzone di tutti i tempi? Io, invece, farfugliavo la supremazia degli Stones sui Beatles. L’altro giorno ho riascoltato quella canzone e, sì, è meravigliosa”, si alza, si guarda intorno cercando l’uscita. Lo fermo.

«Ah sì, gli auguri». Riprendo a girare.

“Tanti auguri Kurt, ma sappi che Sweet Virginia, degli Stones, è altrettanto bella”.

 

Oh, finalmente una ragazza. Vediamo cosa dice la brunetta. Sarà la tipa che ha scritto Smells Like Teen Spirit sul muro? Che storia stupida.

«Figata filmare questa cartolina d’auguri in una classe del liceo. La prossima la facciamo al prom, eh?».

«Si, certo, la prossima volta. Magari per il suo ventottesimo compleanno».

La ragazza mi sorride in un modo grottesco e inizia a parlare molto in fretta.

“Kurt tu sei davvero una persona molto molto speciale. Probabilmente tutti quei buffoni” ridacchia, “che sono venuti prima di me ti avranno detto le stesse cose, ma io e le altre crediamo davvero in te. Il nostro movimento ti pare troppo serioso, ok, però tu credi comunque in noi e questo ci basta, sai? Fatti sentire ogni tanto, per qualsiasi cosa, noi ci siamo. Siamo sempre qui. Tanti auguri ragazzino”.

La saluto con la mano e lei ricambia, ora tocca a un’altra tipa.

 

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Kathleen Hanna, leader della band riot grrrl Bikini Kill, scrisse sul muro della casa di Kurt Cobain “Kurt smells like teen spirit”, da cui nacque il titolo della canzone

 

Ha lo sguardo triste e sembra appesantita dai troppi pensieri.

“Ciao Kurt, forse i nostri messaggi non sono speciali come i tuoi disegni ma noi ci proviamo. Ti ricordi quando disegnasti dietro un poster, forse era dei Led, un senzatetto? Mi piace quando e come disegni. Mi mancano molto le cartoline che mi mandavi dai tour. Tra poco sarà Natale, e poi inizierà il 1994. Sarà un grande anno, vedrai. Auguri”.

 

Ora arriva un omonimo del festeggiato, quanti sono? Non farò più ritorno a casa.

“Tra poco andiamo in tour coi Soundgarden e apriremo per voi, non vedo l’ora d’incontrarti. Mi presto a questa cosa perché ormai è difficilissimo raggiungerti. Stai bene? Questo strano video avrebbe dovuto filmarlo Gus Van Sant. Ehi, scusa amico”, le scuse le rivolge a me guardando sempre la camera. Rispondo alzando le spalle. “Dicevo, ormai non riesco più a parlare con te, nessuno di noi ci riesce. Allora desaparecido, tanti auguri, ci vediamo in primavera”.

“Madonna, togliti” penso.

Eccone un altro che fino a due secondi fa stava ciarlando con gli amici.

“Allora ho saputo che hai dei progetti in ballo con Michael Stipe, grande, grandissimo. Non dimenticarti del sound che vuoi dare al gruppo, tutte quelle idee di cui mi hai parlato sull’aereo.

Sto per spedirti il mio disco dei Gun Club, Fire Of Love, davvero non l’hai mai ascoltato? Te lo mando insieme a Spirit Of Eden dei Talk Talk. Mi hai detto che vuoi realizzare cose più tranquille ora. Questo sarà il mio regalo di compleanno. Spero di poter suonare nel prossimo disco con voi. Auguri”.

Il suo volto devo ricordarmelo, perché, se suonerà nel prossimo disco dei Nirvana, questo video potrebbe valere molto di più. Ha suonato già con Mark Lanegan mi ha detto, quando ci siamo presi una pausa caffè.

Però quel tipo lì, Mark, mi fa paura e The Winding Sheet non l’ho ancora ascoltato.

 

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Kurt Cobain, Mark Lanegan e Dylan Carlson fotografati da Courtney Love nel 1992

 

Ecco un hippie ed è… Colpaccio! lo faccio accomodare in prima fila perché è famoso e ha un bel viso.

“Kurt so che non ci siamo sentiti ultimamente. I tuoi avvocati, per meglio dire quelli dei Nirvana, mi hanno contattato. Sai per la questione di Incesticide. Accidenti è passato più di un anno. Però ho dei bei ricordi delle sessioni con voi, di quando mi hai fatto ascoltare i demo fatti in precedenza con Dale. Spero di rivederti presto, sei un’anima bella. Tanti auguri”.

“Se c’è una band con cui non ho mai avuto modo di interagire molto siete voi. Kurt è stato fighissimo parlare con te di musica e divertirsi un po’in albergo. Però cerchiamo di vederci più di due volte ogni cinque anni. Ciao, buon compleanno!”.

Bravo sconosciuto di cui dovrei conoscere il nome, mi sei piaciuto, sbrigativo, più del sottoscritto. Avanti un altro!

 

“Kurt ti odio perché per colpa tua ora esiste il grunge che è un termine commerciale” ride un po’ battendo i palmi delle mani sul banco. “Dovevo capire che tutto stava andando a puttane quando non riuscii a entrare a un concerto dei Love Battery. Però grazie a te siamo stati intervistati anche noi da MTV. Rock’N’Roll, baby, e passa un buon compleanno”.

«Siamo a dicembre, perché stiamo facendo questa cosa ora?» mi domanda non spostandosi dall’inquadratura.

«Me l’ha chiesto un amico e mi pagano, non ho fatto domande. Tu le faresti?»

«Hai ragione».

 

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Kurt Cobain fotografato da Alice Wheeler 12 giorni prima il suo ultimo Natale

 

Un’altra ragazza, meno male, tutto questo finto testosterone mi stava soffocando.

«Sei una musicista?», è troppo carina, la mia astinenza sessuale m’impone delle domande urgenti, dei contatti che, per quanto stupidi, potrebbero portare a un numero di telefono.

«No, no» e scoppia a ridere. Io sono serissimo. «Sono una fotografa. Ho fatto io le foto a Kurt quando ha distrutto la sua prima chitarra. Credo fosse la prima». Si morde le labbra. Maledetta, ora dovrò fare una copia di questa cosa anche per me. Le dico di mettersi in seconda fila, la voglio vicina ma non troppo.

 

“Kurt, ciao! Quanto tempo è passato, come stai? Ti ricordi quando nel backstage mi hai detto ‘Ehi, ho una sorpresa per te prepara la macchina fotografica’? Sei stato uno stronzo, non hai usato la chitarra che suonavi, ma un’altra” ride in modo un po’ volgare e le intravedo le gengive. “Grazie per le foto, e sì, anche per la musica. Bei tempi quelli, quando la scena era solo nostra, vero? Vero? Ciao bello, auguri”.

Niente numero, provo a imprimere il suo volto nella mia testa. Ride ancora coprendosi le gengive con una mano.

Mi concede solo il tempo per l’ennesimo caffè e mi lascia, mi lascia fare questo triste lavoro solo col suo odore addosso.

 

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Kurt Cobain mentre distrugge una chitarra

 

Tra poco sarà il tramonto e qui c’è ancora da lavorare. Uno dopo l’altro se ne vanno, è rimasta una ragazza. Bene. Concludiamo in bellezza.

Ci accendiamo una sigaretta entrambi: lei fuma Lucky io Winston Light.

«Come Kurt» mi dice con un tono smorzato dal poco entusiasmo.

«Sei pronta? Sei l’ultima della giornata e siamo soli, puoi dire quello che vuoi».

Si gira solo col viso e apre la bocca, sorride, da sopra la sua spalla destra. È una bella ragazza, ma non come la fotografa di prima.

Ha le palpebre pesanti, ulteriormente caricate dalla mancanza di sonno, credo.

Si siede in terza fila, come il primo della giornata, e quell’attimo di serenità viene cancellato brutalmente da un’espressione enigmatica.

 

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Kurt suona la chitarra vicino alla figlia Frances Bean

 

Nella stanza regna il silenzio.

L’ultimo raggio di sole illumina la parte alta del suo viso.

«Inizia a nevicare, col sole» mi lascio scappare in un sussurro.

«Ciao Kurt, ti ho incontrato per la prima volta a Seattle nel momento più bello di tutti, i giorni che precedono la festa. Ricordi che nell’aria qualcosa stava cambiando? Stavi per diventare famoso, cazzo, eri sereno e sorridevi a tutti pieno di fiducia.

 

Io avevo una cotta per te. Te lo dico solo ora perché è più facile così, è più facile relazionarsi a una persona quando non la si sporca con la quotidianità.

Parlo a un fantasma ed è meno imbarazzante perché un fantasma non può ridere di te. Tu non lo faresti, lo so. Sei sensibile, ti prego non uccidermi per averlo detto.

Avevo una cotta per te quando ti vedevo disegnare, prima con la mancina e poi con la destra, dei fumetti così crudi. Mi ricordi Crumb, o qualcun altro. Non lo so, non ho i riferimenti culturali giusti.

Una volta ti sei lamentato con me per i tuoi dolori allo stomaco ‘Non riesco a tenere giù niente’ hai detto. Volevo fare qualcosa ma mi sentivo un puntino in quello schermo che è diventata la tua vita.

 

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Kurt Cobain era tormentato da continui dolori allo stomaco

 

Un’intera scena, case discografiche, una moglie, amici e presunti tali si sono messi tra di noi.

Non so perché tutti vogliano negare l’evidenza ma sono preoccupata: penso al passato, ogni giorno, sempre di più.

L’ultima volta che ti ho visto abbiamo parlato dei Devo e di come avresti voluto comprarti una casa in Scozia. Ha iniziato a piovere, era marzo, avevi appena fatto 25 anni.

Tanti auguri Kurt, io ti assocerò sempre alla bellissima pioggia di primavera”.

 

Lascio la videocamera, non so se sta continuando a registrare. Le offro il mio fazzoletto. Mi vergogno, è tutto stropicciato perché arriva dalla tasca posteriore dei jeans.

Lei lo accetta e, terribilmente, imbarazzata mi dice qualcosa che non capisco. Lo ingoia con le lacrime. Se ne sta andando. Sono fermo.

Non provo neanche a trattenerla: sono sconvolto dalle parole di amore e di affetto per una persona che non vede da quasi due anni.

Di Kurt, dei Nirvana, ho ascoltato solo Nevermind, ma in questo periodo sono preso da una febbre post-punk e i Fall sono i miei unici eroi.

 

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Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl, ovvero i Nirvana

 

Mi siedo in quella sedia ancora calda appoggiando i gomiti sul banco e la testa tra le mani.

L’odore della fotografa mi sfiora il naso. Com’è possibile? Mi ha toccato per pochi attimi.

Mi prende una paura senza nome, voglio scappare da qui e, al contempo, sono bloccato su questa sedia.

 

Fuori nevica. Il silenzio della neve conferisce a tutto, a tutto questo, un senso che non ha.

Sento ancora la ragazza e, chiudendo gli occhi, vedo le lacrime dell’altra.

Ricordo le lezioni di letteratura e teatro seguite all’università prima di mollarla.

Penso al protagonista di questa pièce teatrale.

È un attimo, eppure balena l’idea di quest’uomo malato, disperato e lucido nel suo attaccarsi alla vita; perché tutti sembravano ignorare la sua condizione? Penso a lui e, di conseguenza, a Kurt.

«È come se “avesse la morte addosso”» dico ad alta voce. La camera continua a girare? A questo punto,chissenefrega.

Alzo lo sguardo: “tanto la camera è spenta” penso.

Conosco tutto il clamore intorno alla band: una moglie difficile, un passato doloroso, una bimba piccola, l’uso di droghe di Kurt, la pressione che i media continuavano a scaricargli addosso.

So tutto ma fino a questo momento non me n’era mai importato nulla.

“Kurt a me ricordi Robert Wyatt. Non so chi scrisse questo su di lui ma credo vada bene per te: ‘hai cominciato a parlare e cantare per tutta una generazione, anche se questo era lontano dalle tue intenzioni’. E io non so cosa dirti se non che non dovrei essere in questo video, dovresti esserci tu”.

 

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