Nella poetica di Philip Roth la figura dell'uomo è centro di un'analisi profonda, che vive spesso nella dialettica tra l'essere uomo e eroe.

Pastorale Americana

 

«Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità; se non, certe volte, una quota maggiore. Nella vita dello Svedese doveva esserci stata la coscienza e doveva esserci stata la sventura.»

 

Philip Roth – Pastorale Americana

 

In un suo saggio che si intitola La narrativa autobiografica, Jonathan Franzen spiega che prima di scrivere un romanzo cerca in qualche modo nuovi amici e nuovi nemici, nella grande famiglia degli scrittori di tutti i tempi: alleati leali e spregiudicati avversari in un universo molto fluido, per niente statico, per cui i primi potrebbero diventare parte della seconda categoria e viceversa; come quando, racconta: «per un po’ Philip Roth fu il mio nuovo arcinemico, ma ultimamente, in modo inaspettato, è diventato anche un amico» ma continua dicendo: «mi batto ancora contro Pastorale Americana».

 

Sorge spontaneo chiedersi cos’abbia di tanto particolare l’opera che valse allo scrittore di Newark il Pulitzer nel 1997. Pastorale Americana è una vicenda a sommi capi semplice, è la storia di un uomo che nasce e muore. Al centro di tutto questo, però, c’è l’inferno e c’è anche il paradiso. Una sorta di percorso inverso a quello fatto da Dante e Virgilio, condotto – nel caso di Roth – da una sola persona, senza accompagnatori, privo di poi troppi gironi, anche perché non si tratta della risalita dantesca dagli Inferi al Regno dei cieli, piuttosto di una discesa – o meglio della caduta – oppure per dirla con Roth del “Paradiso Perduto” (evidente omaggio a John Milton) di un uomo. È un processo che avviene molto più in fretta rispetto alla Divina Commedia, è un tonfo silenzioso ma atroce quello di Seymour Irving Levov conosciuto ai più come lo Svedese.

 

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Ewan McGregor interpreta lo Svedese nella deludente trasposizione di Pastorale Americana

 

Che idea si può fare il lettore di Levov lo Svedese se non un’idea di un’idea, alla stessa maniera della mimesis mimeseos di cui parlava Platone quando cercava di venir fuori dal rompicapo dell’arte. Il lettore si fa un’idea mediata dal pensiero di Nathan Zuckerman – scrittore senza moglie, figli o nipoti, che vive nei boschi, in un paesino tra le colline del Massachusetts occidentale – il quale nient’altro è che lo strumento, il pretesto, il santone che comunica con la divinità, l’alter ego di Philip Roth.

 

Ai tempi della guerra, scrive Zuckerman, nel quartiere ebraico di Newark si parlava – anche per ostracizzare le paure e per edificare speranze – di un giovane ragazzo «il più grande atleta nella storia del liceo di Weequahic» che «brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball» che poi si sarebbe distinto come un marine ebreo, istruttore nel campo di addestramento militare, avrebbe successivamente concluso gli studi all’Upsala College di East Orange per poi lavorare nell’azienda di famiglia, sposare una giovane e bella cristiana, diventare padre: vivere insomma la vita come uomo onesto, corretto, gentile, rispettoso, che avrebbe sempre agito in modo consono alle circostanze, fino a quando le circostanze non sarebbero diventate eccessivamente assurde.

 

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Newark nel 1974

 

Il problema emerge quando quella storia che «ti si para davanti all’improvviso» fa diventare tutto molto più complicato, se non impossibile da affrontare per un uomo qualunque. Ma lo Svedese non era uno qualunque. Ineluttabilmente giunge il dato imprevisto nelle sembianze di una bomba in un inaspettato attentato nella pallida e borghese Old Rimrock: questo evento soverchia e mina le basi della vita fieramente americana della famiglia Levov di Arcady Hill Road 62. I fatti prendono le mosse da questo luogo fisico, da una bella casa di pietra, dall’illusione di sentirsi completi.

Speranze che si sfaldano lentamente e inesorabilmente nella vita dello Svedese. 

 

«Sto pensando al grande crollo dello Svedese e a come lui dovette credere che tutto fosse dipeso da un errore di sua responsabilità. È da lì che si deve partire. Non importa che lo Svedese fosse realmente la causa di qualcosa. Lui si considera, comunque, responsabile»

 

La responsabilità: quante domande si pone lo Svedese, quante lacrime deve versare, quante notti non dormire, quante ossessioni, incubi, dispiaceri, fatiche disumane, follie, insensatezza, stupidità, illusioni, incoerenze, superficialità, falsità, tradimenti: quanto deve sopportare la sua povera anima? Il peso titanico della consapevolezza, l’enorme pesantezza della coscienza, la condanna di voler sapere la verità, o quella che chiamano verità, o quella che sembra tale. L’assurdo s’infiltra nei suoi giorni e li devasta, in modo lento e doloroso. «Si stava burlando di lui. La vita si stava burlando di lui». Non esiste un senso, non ci sono risposte, mancano appigli sicuri, stabili, saldi. Tutto sembra una grande ingiustizia, un fatto completamente inconcepibile, inopportuno, irragionevole.

 

«E poi, come se ascoltare le persone che ciarlavano senza tregua di questo e di quello fosse il compito assegnatogli dalle forze del destino, lasciò l’inferno in cui si era avventurato per tornare alla solida e metodica buffonata della cena. Era tutto ciò che gli restava per non perdere il controllo: una cena. L’unica cosa cui poteva aggrapparsi mentre la grande impresa che era stata la sua vita continuava a sfrecciare verso la distruzione: una cena. E alla terrazza illuminata dalle candele fece doverosamente ritorno, sempre portando con sé tutto ciò che non riusciva a capire»

 

Il sogno americano è presto diventato incubo, ma lo Svedese affronta tutte le sciagure che gli si presentano con coraggio e dignità. La dignità non è un luogo fisico, la dignità è una condizione che si raggiunge progressivamente durante la vita. Se vivi dignitosamente, morirai nello stesso modo. Perché una volta che la raggiungi, questa, la dignità, diventa una condizione che ti appartiene, la introietti e ne fai parte del tuo spirito. Vale un po’ il principio causalistico, il do ut des. Lo Svedese in questo è uno stoico e dignitosa è stata la sua vita – benché non priva di intralci scomodi: sofferenze, delusioni, inganni; nonostante illuminata dalla gloria, dal successo, dall’amore, in diverse forme, dimensioni, sfumature – e dignitosa è stata la sua morte. Ma tutto è stato anche infelice, doloroso e coperto da un permeante strato di solitudine.

 

«Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene»

 

A un certo punto Roth scrive: «questa è la vita come la si vede dal di fuori […] Ma ora è accompagnata da una vita interiore, un’orribile vita interiore di ossessioni tiranniche, tendenze soffocate, aspettative superstiziose,  fantasie spaventevoli, conversazioni chimeriche, domande senza risposta».

 

Non tutti però, come lo Svedese, riusciranno ad essere rispettabili, benché non più eroi. Perché alcuni, a differenza dello Svedese, non sono mai stati veramente uomini.

 

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Philip Roth demolisce il sogno americano nel suo capolavoro

 

Questo libro non esalta in modo altisonante un eroe. Narra semplicemente dell’esistenza di un americano del New Jersey e di come il destino o la storia abbiano sconvolto quel suo vecchio mondo, quella sua America idilliaca e agreste, fatta di vaste pianure, vecchi aceri giganteschi e solidi, spazi sconfinati: la sua propria pastorale, l’apoteosi dell’amore per una patria che si dimostra non essere ciò che sembra – un universo fatto di ottimistiche speranze – e di quanto il peso di un conflitto lontano possa diventare molto vicino, e risultare distruttivo per vita e affetti.

 

Tutti noi potremmo essere lo Svedese, ma nessuno di noi lo potrà mai diventare.

 

Tornando a Franzen, ‘battersi contro Pastorale Americana‘: ne vale la pena, se non altro perché insegna che essere uomini e non eroi, è il vero atto eroico.

 

 

Nemesi

 

«C’era una dimensione epica nello scivolare accanto a un paesaggio per lui del tutto ignoto, la sensazione, già provata le poche altre volte in cui era stato in treno […] che lo attendesse un futuro nuovo e per lui sconosciuto.»

 

Philip Roth – Nemesi

 

Centottantatré pagine lontane per numero dall’imponenza di Pastorale Americana, ma molto vicine nello stile e nello strazio alla storia di Levov lo Svedese. Pagine infette di polio nella torrida estate del 1944. Alla disgrazia della povertà, nei quartieri degli immigrati europei di ogni Stato e credo, si aggiunge, all’aria tropicale e immonda di un’estate rovente, il fantasma di una malattia per la quale non esistevano né vaccini né cure, e nemmeno si sapeva ancora cosa poteva esserne la causa: era solo incontrollabile ed estremamente contagiosa.

 

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Philip Roth con Nemesi si avvicina per stile e strazio a Pastorale Americana

 

L’America è in guerra su più fronti: non solo impegnata nella cosiddetta Guerra del Pacifico (1941-45) ma anche sul suolo nazionale, visto che «la polio […] poteva colpire chiunque, senza alcuna ragione apparente» e in questo clima sciagurato, come se non bastasse, c’è un giovane ragazzo a combattere una battaglia difficile contro la propria coscienza di uomo. Si chiama Bucky Cantor, all’anagrafe Eugene, per i ragazzi del campo giochi estivo che allena è semplicemente Mr. Cantor, «un vero e proprio eroe» soprattutto dopo che li ha difesi valorosamente quando dei ragazzi italiani dell’East Side High avevano fatto irruzione nel quartiere di Weequahic (Newark, New Jersey) con l’intento fermo di attaccare briga, ma specialmente, di attaccare la polio con i loro modi incivili e con i loro sputi.

 

«A volte si è fortunati e a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso – la tirannia della contingenza – è tutto.»

 

Dopo aver passato buona parte dell’estate con i suoi ragazzi, dopo averli difesi, incoraggiati, rassicurati, dopo essere stato per loro un fratello maggiore e aver pianto i morti con i vivi rimasti, e dopo – cosa più difficile – essersi a poco a poco abilmente destreggiato con la morte che trabocca dalle righe di ogni paragrafo, la situazione degenera. Quella che era una Newark equatoriale diventa un luogo dove risulta impossibile giocare e, in definitiva, vivere; la morte che da principio aleggiava solamente come una chimera, progressivamente si fa evidenza tangibile e non più tale da essere ignorata. In questo momento e a causa di diverse circostanze, comincia la caduta dell’eroe.

Bucky Cantor, l’invincibile, il grande e intrepido, prende una scelta che si ripercuoterà su di lui come un cataclisma. Non muore di polio, sarebbe troppo banale e anche, figlio di una letteratura spicciola, che è altro da Roth. Tuttavia sembra possa esserci qualcosa peggiore alla morte ed è questa la grande punizione insensata che spetta al determinato e disciplinato Mr Cantor.

 

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La copertina di Nemesi

 

Per l’inspiegabile colpa di una mancata responsabilità, che equivaleva a un atto di vigliaccheria o meglio alla volontà di salvarsi la pelle, l’esistenza onesta e generosa di Bucky Cantor tocca il punto di non ritorno. Si scopre che quello che sembrava imbattibile è anche fragile, ci si accorge che quel giovane muscoloso e dotato di una forza primordiale è semplicemente un uomo, come gli altri uomini che un giorno sono nati e che un giorno moriranno.

 

Nella solita, immensa e straziante poesia che lo accompagna nello scrivere, Philip Roth racconta di come «ognuno di noi sia impotente contro la forza delle circostanze» e della misura in cui ognuno sia sottoposto al brutale giudizio di Nemesi.

 

Nell’antica Grecia NemesiV (Nemesis) era la divinità della vendetta: venerata a Smirne, perseguitava i malvagi, vendicava i morti, puniva gli uomini eccessivamente superbi. Il termine greco nemesiV (nemesis) significa sdegno, riprovazione, giusta indignazione, ira e vendetta degli dèi.

Il fatto è che, però, nel caso di Mr Cantor non viene punita una qualche ubriV (hýbris– arroganza/tracotanza) perché Bucky non ha nulla di insolente. Solo, ad un certo punto, ha avuto paura della morte, ma è una colpa, questa? A Roth piace complicare le cose, o meglio, piace rendere le sue storie il più possibile vicine alla vita, la vita vera, non quella delle favole: l’esistenza costituita da componenti varie e non sempre giuste, e quasi mai coerenti.

 

Mr Cantor e lo Svedese non hanno fatto nulla di male, tuttavia entrambi, essendo stati in qualche modo osannati come eroi, pagano la loro gloria diventando vittime della vita.

 

«Dove sta la giustizia?

Da nessuna parte[…]

[…]Qual è allora il senso della vita?

A quanto pare non c’è».

 

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