Hollywood e la blaxploitation. Quando rivisitare un film per persone di colore si fa ipocrisia.

Hollywood non va mai in vacanza ma, cavalcando l’onda dei revival del 2017, sembra abbia voluto rendere quest’estate cinematografica particolarmente bollente producendo e distribuendo praticamente in contemporanea due versioni dello stesso film: una per donne bianche che amano l’hangover dal titolo Crazy Night – Festa col morto, e un’altra per donne nere che amano l’hangover dal titolo Girls Trip. Il primo, Crazy Night – Festa col morto (Rough Night) con protagonista Scarlett Johansson, è l’esordio alla regia di Lucia Aniello, già autrice della formidabile serie Broad City, e uscirà in Italia il 27 luglio 2017. Girls Trip, invece, con un cast di all-black stars a partire da Jada Pinkett Smith resterà ancora per un po’ inedito da noi ma uscirà il 21 luglio 2017 negli Usa; girato da Malcolm D. Lee che, per la cronaca, è cugino di Spike Lee.

 

La storia in entrambi i film ruota attorno alla festa di un addio al nubilato finito male, non solo per i postumi della sbornia. Si tratta di una tragicomica commedia edulcorata che rovescia i ruoli all’insegna del cameratismo femminile, a prescindere dal colore della pelle.

 

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Scarlett Johansson in Crazy Night – Festa col morto

 

Ma se allora il colore della pelle non è così importante perché sentire il bisogno di palesare il distinguo riducendoli nella descrizione come uno “bianco” e uno “nero”, verrebbe da chiedersi.

È l’ennesima contraddizione di una Hollywood in cui i pregiudizi razziali nel XXI secolo rimangono anche se le parti si sono rovesciate ma che a contare è soprattutto la posizione sociale ed economica, e la cosa più allarmante è il tasso di conformismo: i neri si compiacciono di essere rappresentati come ricchi borghesi mentre all’uomo bianco viene lasciato il ruolo di conquistatore.

 

Da sempre Hollywood fa versioni dello stesso film per bianchi e per neri, ma come ha fatto notare la comunità afro-americana questi favori finiscono spesso col diventare remake all-black di film bianchi.

Invece senza nulla togliere o saccheggiare alla cultura bianca c’è abbastanza letteratura afro-americana da far pubblicare il loro “Harry Potter” e con le speranze suscitate dall’elezione dell’America post-Obama c’erano buone possibilità di veder realizzati i loro diritti, oltreché vedere i propri orizzonti ampliati anche ad altre minoranze. Alla numerosa comunità afro-americana interessa vedere film classici originariamente pensati e destinati per loro, in cui lo spettatore riesca a consolarsi identificandosi con un eroe che lo rispecchi; folgorante esempio è La Principessa e il Ranocchio (2009) in cui per la prima volta compare un’eroina afro-americana disneyana, prova che la tradizione, le vecchie regole della storia a lieto fine e i buoni sentimenti non sono anacronistici ma apprezzabili anche da un pubblico adulto universale e che non è vero non potersi immedesimare del tutto per un bianco in ruoli romantici neutrali.

 

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Ne La Principessa e il Ranocchio per la prima volta compare un’eroina afro-americana disneyana

 

Il tentativo di radicare un cinema all-black che si discosti da come lo rappresentava il cinema un tempo, senza dover raccontare storie che abbiano solo ambizioni edificanti da film di riscatto o come documento sociologico sulla piccola borghesia nera, si arena di fronte alle soluzioni più grossolane del “voglio-ma-non-posso”: sesso parlato, personaggi stereotipati, commedie per yuppie neri, trasgressioni scontate e un insopprimibile maschilismo di fondo. E lo spirito che dovrebbe essere scorretto e anticonformista è corretto da finali rosei e un pò ipocriti, come quei tremendi remake parodistici degli anni Novanta di Eddie Murphy (Il Professore Matto del 1996 remake de Le Folli Notti del Dr. Jerryll del 1963 di Jerry Lewis, a sua volta una parodia del libro Dr. Jekyll e Mr. Hyde o Il Dr. Dolittle del 1998 remake dell’omonimo film del 1967 di Richard Fleischer), nonostante l’enorme successo al botteghino non possono funzionare al di fuori delle proprie circostanze d’origine se non compiacere i neofiti o strizzare l’occhio ai vecchi fan.

 

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Eddie Murphy nei panni de Il Professore Matto

 

Il filone di produzione per antonomasia del black-power, la blaxploitation dei primi anni Settanta, rimaneggiò però grandi classici della cultura bianca ideando qualcosa di incisivo:

The Wiz (Sidney Lumet, 1978) che rilegge la famosa storia del Mago di Oz in chiave musical metropolitano con Michael Jackson nei panni dello Spaventapasseri e Diana Ross in quelli meno credibili di una Dorothy che vuole tornare a casa, ricevette però varie nomination.

Blacula (William Craine, 1972), straordinario e fortunato cult-movie blaxploitation del Dracula “vampiro negro” (come venne sottotitolato in Italia) che diede vita a un vero e proprio filone, arricchendo di inedite pratiche vudù l’immaginario vampiresco.

Per le grandi produzioni ci fu anche un infelice versione black di Cenerentola e una innocua di Karate Kid.

 

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The Wiz con Michael Jackson nei panni dello spaventapasseri

 

Nel corso della storia si è cercato anche di attingere alla tradizione britannica dell’umorismo nero, come ne Il Funerale è Servito (Death at a Funeral di Neil LaBute, 2010) remake di Funeral Party (Death at a Funeral di Frank Oz, 2007) e a quella d’autore con Manuale d’Infedeltà Per Uomini Sposati (I Think I Love My Wife scritto, diretto e interpretato da Chris Rock, 2007), remake di L’Amore il Pomeriggio (Éric Rohmer, 1972) con risultati e ingredienti banali e di bassa lega: irrisione dei diversi e turpiloqui.
Poi c’è stato il periodo in cui si sono rispolverati film solo perché in perfetta sintonia col trionfo del politically correct: l’America libera dalle discriminazioni razziali. Ma è solo una trovata di marketing insincera per cancellare i sottintesi più scomodi (o ambigui) e rivendere a un target diverso il solito concentrato di stucchevolezze:

Uno Sguardo dal Cielo (The Preacher’s Wife, 1996) con Denzel Washington e Whitney Houston remake di La Moglie del Vescovo (The Bishop’s Wife, 1947) con Cary Grant e Loretta Young. E sempre Washington sarà il protagonista di The Manchurian Candidate (Jonathan Demme, 2004), remake del film omonimo del 1962 di John Frankenheimer uscito da noi con il titolo Và e Uccidi.

Indovina Chi (Guess Who di Kevin Rodney Sullivan, 2005), remake di Indovina Chi Viene A Cena (Stanley Kramer, 1967), suscitò più polemiche che elogi per meriti filmici.

 

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Indovina Chi Viene A Cena (Stanley Kramer, 1967)

 

Steel Magnolias (Kenny Leon, 2012) con Queen Latifah, film tv remake di Fiori d’Acciaio (Herbert Ross,1989) che si appoggia alle robuste spalle delle interpreti femminili, ma stride con le dimensioni da soap-opera.

Annie – La felicità è contagiosa (Will Gluck, 2014) prodotto, tra gli altri, da Jay-Z e Will Smith remake dell’omonimo film di John Huston del 1982. Pieno di sentimentalismo un tanto al chilo e canzoncine leziose.

 

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